Rete TIM, la guerra italo-francese dietro alle pressioni AgCOM per lo scorporo?

Rete TIM al centro della "guerra" italo-francese, che riguarda la finanza e anche la sfera politica. Ed Elliott ora accelera sullo scorporo.

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Rete TIM al centro della

Crollano di quasi un altro 6% oggi le azioni TIM, che in 9 mesi hanno cumulato perdite di poco inferiore al 50%, scendendo ai minimi dal 1993, ad appena 45 centesimi. La debacle in borsa è così evidente, che nei giorni scorsi Elliott, il fondo speculativo che controlla la compagnia telefonica con l’8,847% rastrellato sul mercato meno di un anno fa, ha esternato il proprio disappunto per l’essere stati costretti a sprecare un anno per via del precedente piano industriale, approvato sotto la gestione Vivendi e con amministratore delegato Amos Genish, da poche settimane sostituito da Luigi Gubitosi, già commissario straordinario di Alitalia.

In effetti, dopo il “profit warning” lanciato sui risultati finanziari attesi per l’esercizio in corso, le nubi su TIM si addensano, anche perché nel frattempo l’Autorità Garante per le Comunicazioni (AgCOM) ha bocciato il piano di scorporo messo a punto dalla passata gestione. Attenzione, però, perché non si è espressa contro lo “spin-off” in sé, quanto sulle modalità con cui verrebbe attuato. L’authority ha pubblicato un documento di 400 pagine, nel quale sostiene che TIM non beneficerebbe di alcun vantaggio finanziario dallo scorporo della rete, in quanto il mantenimento integrale del controllo di NetCo – la società a cui verrebbe appiopperebbe la gestione dell’infrastruttura – non la esimerebbe dal rispetto degli obblighi regolatori. Inoltre, ciò non creerebbe effettivamente un sistema competitivo, perché è evidente come TIM continuerebbe a beneficiare di un trattamento favorevole per accedere alla rete, rispetto alle concorrenti. E nessun valore aggiuntivo verrebbe creato nemmeno in favore degli azionisti.

Il pressing dell’AgCOM ha subito rinvigorito la richiesta di Elliott, che detiene la maggioranza nel consiglio di amministrazione, di separare la rete dal servizio, seguendo le indicazioni dell’authority. Come? Non solo scorporo, ma anche successiva quotazione in borsa di parte di NetCo. Il fondo americano si mostra disponibile a cedere una percentuale tra il 25% e il 75%, quindi, segnalerebbe l’intenzione di scendere anche sotto il 50%, mettendo a rischio potenziale il controllo della rete da parte di TIM.

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La guerra finanziaria tra Italia e Francia

La vicenda s’inserisce nella “guerra italo-francese” iniziata nell’estate del 2017, quando a Vivendi fu recapitata una lettera del governo Gentiloni, in cui la si avvisava di essere finita sotto indagine per avere rilevato il controllo di fatto della compagnia italiana, senza ottemperare agli obblighi di comunicazione.

Da allora, lo scontro tra Roma e il giocattolo dei media di Vincent Bolloré è proseguito perlopiù sottotraccia, in parallelo alle tensioni tra Roma e Parigi sull’affare Stx-Fincantieri. Erano i primi mesi del 2018, quando il governo spingeva la Cassa depositi e prestiti a entrare nel capitale di TIM con una partecipazione autorizzata dal board di quest’ultima fino al 5%, così da creare le dovute sinergie per difendere l’asset strategico. Cos’è successo nei fatti? Che Cdp ed Elliott hanno fatto asse in assemblea e nella primavera successiva, prima dell’insediamento del nuovo governo, hanno ribaltato i rapporti di forza, conquistando la maggioranza, radunando a sé i fondi stranieri e mandando all’opposizione i francesi.

La guerra non si è arrestata, solo sopita. Vivendi coltiva sogni revanchisti contro Elliott e, per estensione, il governo italiano, che nel frattempo è diventato apertamente “sovranista” e anti-francese, come testimoniano le tensioni politiche sempre più forti tra Italia e Francia, culminate in uno scontro senza quartiere tra il presidente Emmanuel Macron da un lato e i due vice-premier italiani dall’altro, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il 29 marzo si terrà la nuova assemblea degli azionisti e Vivendi spera per allora di essere in grado di riconquistare il consenso perduto un anno fa, tornando al timone della compagnia. Dalla sua, ha la delusione degli azionisti sia di peso che minori per il crollo di valore del titolo TIM sotto la gestione Elliott. Serve, quindi, correre ai ripari per recuperare terreno e invertire la rotta. Il rischio, infatti, sarebbe per gli americani di perdere controllo e soldi investiti, per il governo italiano di ritrovarsi i francesi alla guida della compagnia, i quali notoriamente si mostrano ostili a cedere volontariamente la rete.

L’AgCOM potrebbe avere offerto al fondo un assist importante per superare le opposizioni interne e, senza nemmeno passare per il voto in assemblea, far approvare quanto prima dal cda lo scorporo effettivo, cioè accompagnato da una parziale cessione del capitale di NetCo. In questo modo, la compagnia farebbe cassa e a Piazza Affari il titolo sconterebbe l’affare. La rete continua ad essere stimata in 15 miliardi di euro da TIM, per cui la quotazione di un 25% di NetCo porterebbe nelle casse dell’ex monopolista sui 3,7-3,8 miliardi. Una volta scorporata – questo il progetto del governo Conte (pure del predecessore) – la rete ad oggi di TIM sarebbe integrata con quella di Open Fiber, la società controllata con quote paritetiche al 50% da Enel e la stessa Cdp.

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Verso la ri-nazionalizzazione

Qui, inizierebbe il secondo tempo dell’operazione volta a ricondurre la rete telefonica sotto il controllo dello stato, lasciando che TIM continui a gestire il solo servizio, così come gli altri concorrenti sul mercato domestico. Questo scenario renderebbe la compagnia una scatola vuota rispetto ad oggi, del tutto simile alle società contro cui combatte quotidianamente per offrire servizi di telefonia. A quel punto, l’appetito per controllarla verrebbe meno, anche se il vero punto resta ormai un altro: fatto salvo che si stia andando verso la nazionalizzazione post-scorporo della rete perlopiù in rame, chi e quanto dovrebbe pagare? Partiamo da un dato di fatto: Vivendi per salire al 23,94% dovette sborsare la cifra complessiva di 4,2 miliardi, detenendo il titolo a un prezzo medio di carico di 1,2 euro. Al momento, la sua partecipazione varrebbe appena 2,2 miliardi, per cui subirebbe dall’eventuale cessione una minusvalenza di 2 miliardi.

Vivendi farebbe di tutto per spuntare il massimo valore per la rete in fase di scorporo e successiva quotazione in borsa della società controllante. Per il governo, sarebbe un grosso ostacolo di natura finanziaria.

Servirebbe un azionista più “morbido” con cui trattare e che accetti la narrazione, secondo cui Open Fiber tenderebbe ad acquisire valore per ogni metro di cavo in fibra posato nelle città italiane, a tutto discapito del valore della rete TIM, ancora perlopiù in rame. Elliott, che punta semplicemente a uscire dal capitale alla prima occasione utile per registrare una plusvalenza e che risulta avere acquistato i titoli a un prezzo medio di 75 centesimi, sarebbe più malleabile sul punto, anche perché i buoni rapporti con il Tesoro gli servono per garantirsi la maggioranza in assemblea.

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La corsa di Elliott per accelerare lo scorporo

Mantenere Vivendi all’opposizione e infliggergli perdite assume un significato ormai squisitamente politico con i sovranisti al potere. E’ notizia di qualche settimana fa che, su richiesta di Francia e Germania, la Commissione europea ha aperto un’indagine per verificare se l’acquisizione della francese Stx da parte dell’italiana Fincantieri non sia avvenuta a detrimento delle condizioni concorrenziali sul mercato europeo. La presidenza Macron esordì a metà 2017 congelando i due terzi del capitale di Fincantieri e costringendo il governo Gentiloni ad accettare un accordo al ribasso, per cui la società italiana è scesa al 50%, quasi la stessa quota che fa capo alla Francia, con l’1% determinante per il controllo temporaneamente assegnato alla prima e soggetto a revisione periodica.

Tra Roma e Parigi i rapporti diplomatici sono ai minimi termini, anche perché Macron intende giocarsi la carta della lotta contro il populismo per le elezioni europee, soffrendo in patria una crisi di consenso apparentemente inarrestabile. Per contro, Lega e Movimento 5 Stelle sembrano avere trovato in lui un facile bersaglio, essendo poco amato in Italia e a capo di un paese, con cui non è mai corso buon sangue sul piano politico e persino finanziario. Prima che Vivendi dovesse fortuitamente riuscire a riportarsi in sella a TIM, occorre svuotare quest’ultima del suo asset più prezioso e alle condizioni meno favorevoli possibili per la società scorporata (NetCo), la quale sarebbe subito dopo nel mirino di Open Fiber per essere integrata.

Ad Elliott, che punta a massimizzare il prezzo del titolo nel breve, andrebbe bene; a chi, come i francesi, fa gola proprio il controllo di un asset strategico per continuare a tenere a distanza la concorrenza per via delle condizioni favorevoli di cui gode oggi l’ex monopolista nell’accesso all’infrastruttura, non può piacere affatto; anche perché, il sogno di Vivendi resta di creare un player mediatico europeo (del tenore di Sky per intenderci), annettendo l’Italia o almeno tenendone il mercato a bada. Ecco spiegata la tentata scalata in Mediaset, che si è scontrata nel 2016 con l’opposizione inattesa del governo Gentiloni. Prima ancora dell’arrivo dei sovranisti, insomma, le barricate anti-francesi erano state innalzate e benedette da un po’ tutta l’arena politica.

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