Berlusconi risorge (ancora) e stavolta grazie a Renzi

Matteo Renzi è sempre più isterico, fiutato il rischio di emarginazione politica. E adesso sta riabilitando senza volerlo la figura di Silvio Berlusconi, che potrebbe fargli le scarpe.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Renzi è sempre più isterico, fiutato il rischio di emarginazione politica. E adesso sta riabilitando senza volerlo la figura di Silvio Berlusconi, che potrebbe fargli le scarpe.

E’ un Matteo Renzi contro tutti gli altri nel PD. Non una novità, ma nelle ultime settimane sta franando la coalizione interna ai democratici, che lo aveva sostenuto fino alle primarie dell’aprile scorso. Parliamo di quell’AreaDem di Dario Franceschini, che per numero di parlamentari ad oggi è prima nel partito. Ma l’isolamento del segretario si registra anche rispetto al governo. Ormai è tutto un prendere le distanze dalle sue boutades, come quella di alzare il deficit al 2,9% del pil per 5 anni, in modo da trovare risorse per tagliare le tasse. Una trova pre-elettorale, che non è piaciuta alla Commissione europea, ma nemmeno a Palazzo Chigi, con il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, a parlare della necessità di uscire dalla logica delle “mance elettorali” per guardare al lungo periodo. (Leggi anche: E’ Calenda l’anti-Renzi: scontro nel governo sul deficit)

Da Bruxelles è arrivato un messaggio tra le righe abbastanza umiliante per Matteo, quando è stato dichiarato che non si commentano le dichiarazioni di chi è “fuori da questa cerchia”, riferendosi alle persone del premier e del ministro dell’Economia italiani; come dire: “caro Matteo, non sei più nessuno”.

Essere avversari dell’Europa dei commissari in Italia porta voti, non li toglie certo, ma nel caso di Renzi il discorso è più articolato. Nel febbraio del 2014 era arrivato al governo, dopo avere astutamente fatto franare la terra sotto ai piedi di Enrico Letta, grazie anche a un endorsement praticamente unanime presso l’establishment nazionale e in Europa.

La delusione di UE e Confindustria verso Renzi

Su Renzi avevano scommesso tutti, da Confindustria alla cancelliera Merkel, da Bruxelles alla Casa Bianca di Barack Obama. Quando il 4 dicembre scorso veniva trafitto al referendum costituzionale, la delusione attorno alla sua premiership era palpabile in tutta Europa, oltre che tra i vertici industriali italiani. Troppe chiacchiere e pochi fatti e, soprattutto, un carattere indisponente e per niente inclusivo, che se in una prima fase gli era servito per dare origine a quella “rottamazione” della vecchia guardia del PD – obiettivamente necessaria dopo un ventennio inconcludente – nel tempo si è rivelata fine a sé stessa, ovvero rottamare per rottamare, con il solo scopo di eliminare ogni dissenso interno al partito. (Leggi anche: Prodi invoca Corbyn per abbattere Renzi da sinistra)

Dopo le dimissioni da premier, Renzi aveva una grande occasione, quella di ricostruire un terreno fertile intorno alla sua leadership, superando gli errori commessi e rilanciando una proposta politica riformatrice, partendo da quel 40% ottenuto alle urne. E’ avvenuto l’esatto contrario. Mesi interi sono stati spesi dall’ex premier a cercare il “casus belli” per anticipare la fine della legislatura e quando a giugno gli è stata affossata in Parlamento la riforma elettorale da parte del Movimento 5 Stelle e, soprattutto, dopo la batosta subita alle elezioni amministrative, rendendosi evidente che si tornerà a votare a scadenza naturale, ha avviato un percorso distruttivo di tutto quanto gli stia attorno. Ricorda il Fuehrer, quando accortosi di avere perso la guerra contro gli Alleati, ordinava ai gerarchi nazisti di fare saltare strade, ponti, ferrovie, insomma di incenerire la Germania, in quanto non degna di sopravvivergli.

Toni nuovi su immigrati e UE

A differenza di Adolf Hitler, però, la strategia distruttrice renziana ripone ancora una residua speranza di fare risalire la china del consenso al segretario dem, puntando su tutti i temi sensibili per l’elettorato, come l’emergenza immigrazione e l’Europa. Da qui, quel “aiutiamoli a casa loro” riferito ai migranti e ricalcando slogan leghisti ultra-ventennali, così come quella battaglia anti-UE sul deficit, che così com’è stata concepita ha reso bazzecole le battute euro-scettiche degli altri leader.

Così facendo, però, Renzi fa terra bruciata attorno a sé, screditandosi agli occhi di quella stessa Europa, che pure lo ha sostenuto in ogni modo nei suoi quasi 3 anni di governo, concedendogli tutta la flessibilità fiscale richiesta. Il segretario democratico perde appeal tra quei ceti, che lo avevano scrutato con interesse negli anni passati, percependolo quale unica alternativa al populismo euro-scettico e sconclusionato imperante. Adesso, egli incarna proprio quel populismo, rendendosi ogni giorno sempre meno credibile dinnanzi non solo all’establishment, bensì pure al proprio elettorato con i suoi ormai frequenti flip-flop su ogni tema-chiave. (Leggi anche: Conti pubblici, perché Renzi non è credibile sullo scontro con l’Europa)

Il ritorno di Silvio

Non si accorge Renzi, che così facendo starebbe riesumando politicamente Silvio Berlusconi, che da appestato della politica italiana, oggetto di sorrisini imbarazzanti ai vertici franco-tedeschi e di articoli al vetriolo della stampa finanziaria internazionale, è diventato il perno attorno a cui ruoterà il destino della prossima legislatura, nonostante i suoi quasi 81 anni di età.

Dall’Europa non si guarda più al leader di Forza Italia con fare sprezzante, anzi nel PPE si prende atto del fallimento del renzismo e si ripone speranza proprio sulla saggezza del vecchio leader, che magari non sarà più premier, ma almeno potrebbe contribuire a una nuova fase politica più stabile e fondata su scelte coraggiose e riformatrici. Tra i cosiddetti “poteri forti” italiani è la stessa musica: corteggiare Berlusconi, affinché dopo le elezioni sia in grado di neutralizzare con i suoi numeri potenzialmente indispensabili una eventuale maggioranza euro-scettica.

Più il PD arretra nei consensi e più quel 14% scarso di voti di cui disporrebbe Forza Italia diventa sempre più un gruzzolo interessante, in ottica post-elettorale. Più Renzi le spara grosse, più rassicurante diventa quel premier cacciato nel 2011 a colpi di spread, quando invita a moderare il linguaggio nel centro-destra e a garantire all’Italia un’alternativa ai demagoghi grillini. Una riabilitazione, che forse sarebbe avvenuta lo stesso, ma che le isterie renziane stanno accelerando, con il risultato che al prossimo giro potrebbe esservi sì un’alleanza di scopo tra Forza Italia e PD, ma con Berlusconi a giganteggiare (di nuovo) dinnanzi a un Renzi in pieno declino o persino fatto fuori dalla segreteria dai suoi stessi uomini. E il leader azzurro troverà più conveniente spendere gli ultimi anni della sua carriera politica a trattare con un più accomodante Paolo Gentiloni, che non con un segretario giovane e collaudato inaffidabile. (Leggi anche: E se il Cav puntasse a distruggere il PD?)

 

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Argomenti: Economia Italia, Matteo Renzi, Politica, Politica italiana

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