Renzi rischia di cadere sull’articolo 18. Ecco gli scenari per l’Italia da qui a fine anno

Il governo Renzi rischia una crisi politica sulla riforma dell'articolo 18. Il PD è diviso e se la riforma non passasse, l'Italia rischia seriamente di essere commissariata dalla Troika.

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Sarà un rientro amaro per il premier Matteo Renzi, quello dagli USA, dove ha incontrato i talenti italiani che lavorano alla Silicon Valley. Sulla riforma del mercato del lavoro, cosiddetto “Jobs Act”, il Partito Democratico rischia seriamente la scissione. L’ala sinistra del PD è in subbuglio, perché non digerisce, in particolare, l’ipotesi di cancellare per i neo-assunti l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che obbliga il datore al reintegro, qualora il giudice sentenziasse che il licenziamento del lavoratore sia avvenuto senza giusta causa o giustificato motivo. L’articolo 18 rappresenta un forte tabù per la sinistra italiana, che nel 2002 portò in piazza 3 milioni di persone per protestare contro una riforma simile voluta dall’allora governo Berlusconi, con Roberto Maroni ministro del Welfare. Eppure, il superamento di una disciplina unica al mondo e che irrigidisce il nostro mercato del lavoro, provocando forme diffuse e croniche di precarietà tra i lavoratori stessi, è una richiesta esplicita dell’Europa. La Spagna non ha un vero articolo 18, ma di recente ha ampliato per legge i casi in cui il datore può licenziare il dipendente, senza che questi possa fare ricorso al giudice, dovendosi accontentare di un indennizzo monetario. Tuttavia, la strada per Renzi non è spianata. Tra 80 e 100 deputati democratici potrebbero non votare la riforma. Parte dell’assemblea nazionale del partito sarebbe anche disposta a staccarsi dal PD, se il “Jobs Act” sarà votato così com’è. Si parla di indire un referendum tra gli iscritti, cosa che quasi certamente metterebbe Palazzo Chigi in minoranza. Contro Renzi c’è tutta la sinistra, oltre che la potente Cgil.   APPROFONDISCI – Semestre europeo: fallimento per l’Italia di Renzi, risultati zero dopo 3 mesi  

Gli scenari possibili

Lo scenario sempre più probabile è che la riforma del lavoro passi, ma con i voti determinanti di Forza Italia.

Se così fosse, l’ex premier Silvio Berlusconi ha fatto trapelare, tramite i suoi uomini, che dovrebbe essere aperta una crisi di governo e gli azzurri sarebbero anche disposti ad entrare nell’esecutivo per sostenere Renzi sulle riforme ed evitare che la Troika (UE, BCE e FMI) commissari l’Italia. In alternativa, il premier ha due possibilità: indietreggiare o dimettersi e andare al voto anticipato in primavera. Nel primo caso, la Troika correrebbe veloce verso Roma, perché sarebbe sancita l’impossibilità del governo italiano di fare le riforme. Il soccorso azzurro potrebbe non bastare a tenere in piedi Renzi, se i mercati finanziari in autunno tornerebbero ad attaccarci, giustificando la scelta con lo stillicidio di dati economici negativi per l’Italia. Anche le elezioni anticipate avrebbero conseguenze negative: passerebbero mesi di inazione del governo e di politica paralizzata per la campagna elettorale, mentre l’economia si avviterebbe verso il disastro. E senza una legge elettorale nuova (chi mai voterebbe una nuova legge a poche settimane dalle elezioni, rischiando di fare male i calcoli?), col PD probabilmente diviso e le opposizioni in ordine sparso, si rischierebbe il caos, di ripiombare a quel febbraio 2013, quando nessuno di fatto vinse e nessuno perse. Anche questo scenario comporterebbe una punizione dei mercati, mentre l’Europa non potrebbe restare a guardare che l’instabilità politica dell’Italia e la sua assenza di crescita spazzino via la moneta unica.   APPROFONDISCI – Allarme recessione per l’Italia. Ora Renzi teme davvero la Troika, scontro con Padoan  

I cardini della riforma del lavoro

Eppure, la riforma voluta da Renzi sull’articolo 18 appare molto ragionevole, tutt’altro che ideologica.

Solo due sarebbero le forme contrattuali per assumere un dipendente subordinato: a termine e a tempo indeterminato. Nel secondo caso, l’impresa pagherebbe minori contributi e potrebbe avvalersi del beneficio delle tutele crescenti. Il dipendente potrebbe anche essere licenziato senza giusta causa (ferma restando la nullità dei licenziamenti discriminatori), ma riceverebbe un indennizzo crescente all’aumentare del numero di anni di servizio. In cambio, però, se l’imprenditore licenziasse senza giusta causa, dovrebbe restituire gli incentivi precedentemente ottenuti per avere assunto con un contratto a tempo indeterminato. Ciò, per evitare di mascherare i contratti a tempo con altre forme, salvo poi licenziare lo stesso il lavoratore dopo un certo lasso di tempo.
Gli effetti di questa misura potrebbero, però, essere disincentivanti delle assunzioni a tempo indeterminato, perché sull’impresa graverebbe sempre la spada di Damocle del rimborso degli incentivi. Ad ogni modo, sull’articolo 18 si gioca il destino dell’Italia. Che passi o meno la riforma, il governo Renzi non sarà più lo stesso. Ad oggi, la probabilità che arrivi la Troika inizia a prevalere sulla paralisi politica.   APPROFONDISCI – Articolo 18 Statuto lavoratori, ecco cosa cambia nel Jobs Act    

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