Rendimenti in rialzo segnalano possibili tensioni prossime sul debito pubblico

Finita l'era dei tassi zero. Il rialzo dei rendimenti sovrani impatterà sui nostri conti pubblici. E pensare che avremmo già dovuti risanarli con il crollo dei costi di rifinanziamento.

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Finita l'era dei tassi zero. Il rialzo dei rendimenti sovrani impatterà sui nostri conti pubblici. E pensare che avremmo già dovuti risanarli con il crollo dei costi di rifinanziamento.

L’era degli stimoli monetari non è finita nell’Eurozona, ma non avrà un grande futuro. Ieri, i rendimenti del Bund decennale tedesco sono saliti fino allo 0,56%, il livello più alto da un anno e mezzo, avendo iniziato i mercati a scontare proprio il ritiro graduale degli stimoli della BCE, quel piano da 60 miliardi di euro di acquisti mensili di assets, tra cui titoli di stato dell’Eurozona, che ufficialmente scade a dicembre.

Dalla pubblicazione dei verbali sull’ultima riunione del board a Tallinn dell’8 giugno scorso è emersa l’intenzione dei banchieri centrali dell’area di eliminare il riferimento al prolungamento del “quantitative easing” e/o al suo potenziamento per il caso ve ne fosse bisogno, segno che davvero saremmo vicini all’annuncio di una svolta. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, ecco il segnale bullish del Bund)

Inevitabili saranno le ripercussioni sui nostri BTp. Sembra, in apparenza, paradossale che i nostri titoli di stato non abbiano risentito granché di questo clima di cambiamento delle aspettative sui mercati. Vero, i rendimenti decennali italiani sono passati dall’1,90% del 26 giugno scorso al 2,24-25% di ieri, ma restano ai livelli di un mese fa, quando quelli tedeschi sono più che raddoppiati su base mensile.

Una facile spiegazione a questa presunta anomalia sta nei livelli già alti dei rendimenti sovrani italiani. Una cosa è passare dallo 0,25% allo 0,55% in Germania, un’altra sarebbe pretendere che raddoppino i rendimenti dei BTp, che già il mese scorso si attestavano al 2,25%. Tuttavia, non culliamoci nemmeno che per ciò stesso non vi saranno variazioni significative, anzi.

Rendimenti BTp in calo dal 2012, ma anche vita media debito

I mercati ragionano in termini di premio o sconto per i rendimenti desiderati, rispetto a un titolo “core”. Per i BTp segnalano il desiderio di uno spread sulla scadenza decennale nell’ordine di non meno di 160-170 punti base, al netto delle tensioni geo-politiche nell’area o specifiche sull’Italia. Ciò significa che se i Bund arrivassero a rendere l’1%, per i BTp pretenderebbero il 2,6-2,7%, per non dire quasi il 3%.

Nel grafico di cui sopra, vi abbiamo fornito i rendimenti medi annuali dei BTp a 10 anni dal 2007 al 30 giugno scorso. Dieci anni fa, in condizioni monetarie ordinarie, essi si attestavano al 4,45% e nel 2011-2012, all’apice della crisi dello spread, schizzavano al 5,4% medio, salvo scendere successivamente per effetto dell’accomodamento monetario della BCE a un minimo dell’1,45% toccato nel 2016. Per i primi sei mesi di quest’anno, invece, mostrano una risalita al 2,18% medio.

Contestualmente alla salita prima e alla discesa dopo dei rendimenti sovrani, la vita residua media del debito pubblico italiano risulta in crescita fino a oltre i 7 anni del biennio 2010-2011, riscendendo ai 6,6 anni dello scorso anno. E la spesa per gli interessi sul debito risulta cresciuta fino al 2012 e in calo costante da allora. Anche in questo caso si sente l’effetto delle politiche della BCE, ma evidentemente lo stesso Tesoro ha fatto la sua parte, accorciando le scadenze medie dei titoli emessi, in modo da ridurre gli oneri sui conti pubblici, tenendo presente che i rendimenti tendono a crescere con l’aumentare della longevità dei bond. (Leggi anche: Crisi debito, ecco direzione sbagliata di Italia e Spagna)

Male accorciare la vita media del debito

Questo implica, però, che la carta dell’accorciamento del debito pubblico ce la siamo già in parte giocata negli ultimi anni, nonostante avremmo dovuto allungare e non ridurre le scadenze medie, approfittando dei più bassi costi di rifinanziamento. Certo, ci sarebbe ancora spazio per ridurre la durata media del debito residuo, in modo da compensare almeno parzialmente l’aumento atteso dei costi, ma la direzione non potrebbe essere una soluzione stabile, bensì passeggera e anche potenzialmente controproducente per la percezione della solidità finanziaria nazionale sui mercati.

Preso atto che dovremmo quanto meno mantenere inalterate le scadenze medie residue, l’aumento dei rendimenti dei BTp impatterà negativamente sui conti pubblici. A titolo di esempio, se l’intera struttura dei tassi salisse di 100 punti base o l’1%, l’aumento di lungo termine per i costi di rifinanziamento del nostro debito pubblico, ai livelli attuali, sarebbe di quasi una ventina di miliardi, pari a oltre l’1% del pil.

A meno di immaginare che ogni euro di maggiore spesa per interessi sia compensata da un aumento dell’avanzo primario da parte del governo (scenario irrealistico), ci troviamo dinnanzi a una crescita del deficit, quando dovremmo tendenzialmente azzerarlo per impedire che il rapporto tra debito e pil continui a salire. (Leggi anche: Debito pubblico, austerità vera arriva con aumento tassi)

 

 

 

 

 

 

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