Rendimenti negativi ipoteca sul futuro: ecco come la nostra ricchezza è a rischio

I rendimenti negativi sul mercato obbligazionario stanno mettendo a rischio i nostri redditi futuri, partendo dalle pensioni. Se andiamo avanti così a lungo, gli investitori potrebbero esporsi a pericoli elevatissimi.

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I rendimenti negativi sul mercato obbligazionario stanno mettendo a rischio i nostri redditi futuri, partendo dalle pensioni. Se andiamo avanti così a lungo, gli investitori potrebbero esporsi a pericoli elevatissimi.

Secondo l’ultimo monitoraggio di Bloomberg-Barclays al 30 settembre scorso, il controvalore delle obbligazioni pubbliche e private con rating “investment grade” e rendimenti negativi, negoziate sul mercato secondario nel mondo, è salito a 11.600 miliardi di dollari, ai massimi da giugno, quando si toccarono gli 11.900 miliardi. E si tratta della prima risalita dopo due mesi consecutivi in calo. Dal calcolo sono esclusi i titoli con scadenza residua inferiore all’anno, ragione per cui il monte-titoli con rendimenti sottozero sono ben più diffusi della cifra ufficiale fornita.

A rischio, come vi spiegheremo, c’è la nostra ricchezza futura, iniziando da pensioni e assicurazioni. (Leggi anche: Rendimenti negativi)

Analizzando i dati, si scopre che la parte del leone la fanno i titoli di stato, che rappresentano circa l’85% della massa dei bond con rendimenti negativi, pari a 9.700 miliardi. I corporate bond valgono i restanti 1.700 miliardi. E quanto agli emittenti fortunati, di fatto “pagati” per indebitarsi, il Giappone spiazza tutti con 5.700 miliardi in bond emessi con rendimenti sottozero. Segue a poca distanza l’Europa Occidentale con 5.500 miliardi, di cui 1.400 in Germania e altrettanti in Francia. Il resto del mondo si deve accontentare di mezzo trilione. (Leggi anche: Rendimenti negativi, due terzi in Giappone)

Rendimenti bond glaciali per banche centrali

I rendimenti negativi sono la conseguenza di politiche monetarie ultra-espansive da parte delle principali banche centrali, BCE e Bank of Japan in testa. Il loro obiettivo è di rendere il credito relativamente facile e a buon mercato, ma le “acque inesplorate” nelle quali ci siamo immersi da tempo potrebbero averci fatto sfuggire di mano il controllo della situazione.

Gli investitori sono a caccia di rendimento per sé o per i propri clienti, come nel caso delle compagnie di assicurazione e i fondi, pensioni inclusi. E cosa si è costretti a fare, quando si persegue un rendimento più elevato della media del mercato? Ci si assume qualche rischio in più. E’ la legge del mercato, che vale in ogni tempo e in ogni luogo. E da tale constatazione, emerge che gli investitori si starebbero spostando progressivamente verso i bond “junk” o “spazzatura”, ovvero verso quei titoli con rating inferiore a quello “investment grade”.

(Leggi anche: Obbligazioni spazzatura, come riconoscerle ed evitarle)

 

 

 

Rating bond “BB” ancora maggioritari

Da un punto di vista del giudizio, si tratta di bond “BB”, “B” e “C”. Secondo Dealogic, il grosso dei titoli “junk” denominati in euro appartiene ancora alla porzione più elevata, ovvero “BB”. Quest’anno ne sono stati emessi 25 miliardi, quasi il triplo dei 9,3 miliardi con rating “B” e di gran lunga di più degli 1,4 miliardi di titoli “C”. In generale, il 55% dei bond “spazzatura” negoziati sul mercato secondario sono “BB”, il 27% “B” e il restante 18% appartiene, quindi, al segmento più a rischio del comparto obbligazionario.

Stando ai dati di Bank of America – Merrill Lynch, i titoli ad alto rendimento in euro offrivano al giovedì scorso appena il 3,6%, un po’ al di sopra dei minimi storici, toccati oltre un anno e mezzo fa, in previsione dell’attuazione del “quantitative easing” della BCE, ma tre volte meno di 5 anni fa, quando arrivavano al 12%. Quest’anno, il calo è stato superiore ai 170 punti base. (Leggi anche: Rendimenti bond ai minimi record, ora va bene anche la spazzatura)

Titoli spazzatura esposti a congiuntura

Che cosa significa tutto ciò? Per caso, questi titoli sono diventati in questi anni meno “spazzatura” che in passato? No, semmai è capitato persino il contrario. Il calo è frutto solo della caccia al rendimento, che spinge il mercato ad addossarsi più rischi di quanti ne desidererebbe in condizioni ordinarie. In altre parole, gli investitori starebbero sotto-stimando i rischi, che potrebbero emergere nel caso qualcosa andasse storto.

Cosa accadrebbe, ad esempio, se l’economia nell’Eurozona andasse male nel prossimo futuro? I titoli sovrani, ad eccezione di quelli tedeschi e di qualche altro paese, considerati “beni-rifugio”, potrebbero anche mantenere gli elevati prezzi attuali, ma per il resto potrebbero subire anche ribassi cospicui, ovvero assistere a un rialzo dei rendimenti. E ancora peggio andrebbe alle obbligazioni private, che risentirebbero del contraccolpo subito dagli emittenti, ovvero dalle imprese e società finanziarie, molte delle quali esposte strettamente alla congiuntura economica, specie le realtà meno internazionalizzate e attive nella produzione e/o nella vendita di beni di largo consumo.

 

 

 

A rischio pensione integrativa

Ma paradossalmente, anche un miglioramento dell’economia potrebbe tradursi in perdite per l’investitore, perché un’accelerazione dei tassi di crescita nell’Eurozona spingerebbe in alto l’inflazione, potenzialmente erodendo anche il valore del capitale investito per i titoli con rating “BB” e con rendimenti attuali più bassi.

A rischiare sono, quindi, anche coloro, che si affidano ai fondi e alle compagnie di assicurazione per ambire alla costruzione di un reddito integrativo futuro della propria pensione. I rischi sono di due tipi: da un lato, i bassi rendimenti attuali mettono a repentaglio il reddito futuro, che a parità di capitale investito diventa più basso; dall’altro, investendo i fondi in titoli sempre più rischiosi, al fine di garantire al cliente almeno un rendimento positivo, aumentano le esposizioni ai potenziali crac delle società emittenti, le quali intaccherebbero finanche tutto il capitale accumulato.

Chi volesse sfuggire a questo destino dovrebbe accontentarsi di investire in realtà sicure, ma poco remunerative, magari accrescendo i risparmi accantonati, al fine di compensare i bassi rendimenti. Ciò equivale, però, a comprimere i consumi attuali, ovvero a fare più sacrifici per ottenere in futuro lo stesso reddito, che fino a qualche tempo fa veniva considerato abbastanza alla portata, senza esporsi a investimenti dissennati. (Leggi anche: Bond spazzatura non tutti uguali)

 

 

 

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