Rendimenti americani ai massimi da 7 anni, ecco le ragioni dei rialzi e c’è una buona notizia

Salgono ai massimi da 7 anni e mezzo i rendimenti USA sulle ottime condizioni dell'economia americana. Diverse le ragioni e c'è qualche spunto positivo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Salgono ai massimi da 7 anni e mezzo i rendimenti USA sulle ottime condizioni dell'economia americana. Diverse le ragioni e c'è qualche spunto positivo.

E’ stato il “sell-off” più massiccio che si sia avuto dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del novembre 2016. I rendimenti decennali dei Treasuries sono saliti ieri di ben 16 punti base al 3,21%, il livello più alto mai toccato dalla metà del 2011. Le vendite sono arrivate dopo che l’indice dei servizi relativo al mese di settembre ha toccato i massimi da 21 anni a questa parte, mentre il report sul lavoro nel settore privato di ADP ha trovato una robusta crescita degli occupati nel mese di ben 230.000 unità, facendo intravedere una possibile discesa del tasso di disoccupazione a livelli ancora più bassi di quelli sinora raggiunti e praticamente ai minimi degli ultimi 20 anni. Condizioni economiche così salutari non lasciano scampo alla Federal Reserve, costringendo il suo board a continuare ad alzare i tassi. I “dot plots” pubblicati al termine di ogni riunione del FOMC e che contengono le previsioni degli stessi funzionari (una bizzarria tutta americana che si presta ad equivoci, visto che l’istituto che effettivamente muove i tassi USA si diletta anche a stimarli nel medio termine) parlano di un altro rialzo dei tassi entro dicembre, seguito da altri tre l’anno prossimo e uno nel 2020.

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A conti fatti, la Fed ci comunica che a suo avviso i tassi verranno portati da qui a 2 anni fino al 3,50%, di poco superiore al saggio “naturale” stimato dall’istituto, che si collocherebbe appunto intorno o lievemente sopra il 3%. E ieri il governatore Jerome Powell ha spiegato che gli interessi americani sarebbero “ben distanti” dal raggiungere tale livello, quasi a sottolineare che la stretta monetaria americana sarebbe tutt’altro che prossima al compimento, come auspica ormai platealmente il presidente Donald Trump. Da qui, la corsa anche del dollaro, che contro le altre principali valute si è portato ai massimi da 6 settimane e sopra quella soglia di 95, stando all’indice di Investing.com, che molti analisti considerano uno spartiacque per la divisa a stelle e strisce.

Riassumendo, l’economia americana sta mostrandosi nelle migliori condizioni degli ultimi 20 anni, tra mercato del lavoro in piena occupazione, inflazione intorno al target, salari in accelerazione verso il +3% annuo e indici azionari ai massimi storici. Lo stesso Powell ha dovuto sottolineare, poi, come questo quadro molto positivo stia avvenendo in condizioni monetarie eccezionali, ovvero con tassi d’interesse ancora molto bassi rispetto al loro andamento storico, come dire che non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena. E di certo il governatore non può non dare un’occhiata alle quotazioni del petrolio, che nelle ultime ore hanno oltrepassato gli 86 dollari al barile, attestandosi ai massimi da 4 anni. Non a caso Trump ha tuonato ancora una volta contro l’OPEC martedì sera, chiedendo esplicitamente all’Arabia Saudita di “pagare” per la protezione militare ricevuta “a costo zero” dagli USA, estraendo più petrolio. E insieme alla Russia, in effetti, Riad ha aumentato l’offerta quasi ai massimi storici, al fine di compensare le minori esportazioni dell’Iran, colpite dalle sanzioni americane.

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I rendimenti decennali oltre il 3,2% per il Treasury a 10 anni, pur rispecchiando un’economia florida, spaventano al contempo i mercati, in quanto si teme che possano creare essi stessi le condizioni per una recessione dell’economia americana e impattare negativamente le economie emergenti, colpendo le loro valute e scatenando le preoccupazioni per i rispettivi debiti esteri. Sul primo aspetto, però, vi sarebbe almeno una buona notizia dall’andamento dei bond nelle ultime sedute: lo spread 10/2 anni è tornato a divaricarsi e ieri risultava salito a fine giornata a 32 punti base, il differenziale più alto da inizio agosto. In effetti, ieri i biennali sono saliti di 8 punti base, la metà dei decennali. Perché questo dato è importante? Una curva della scadenze piatta generalmente anticipa una recessione dell’economia americana, sebbene tra gli analisti non vi sia unanimità di vedute sul fatto che essa sarebbe causa o conseguenza dell’arrivo di una crisi.

Di sicuro, le aspettative d’inflazione si stanno stabilizzando attorno al target del 2%. Prendendo come riferimento il differenziale di rendimento del Treasury a 5 anni a cedola fissa e l’omologo con cedola legata all’inflazione, si ottiene che il mercato prevederebbe oggi una crescita dei prezzi media annua di poco superiore al 2,09% per il prossimo lustro, in lieve accelerazione dal 2,01% di un mese fa, ma ancora sotto il 2,16% toccato a maggio, che era stato il livello più alto da diversi anni a questa parte. In altre parole, non vi sarebbe un rischio reale per la Fed di destabilizzare i prezzi nel caso si prendesse una pausa sui tassi, se giustificata dai dati macro o dal raffreddamento delle quotazioni petrolifere. La “goldilocks” economy non è ancora finita del tutto nemmeno in America e il super dollaro contribuisce ad allungarne la vita, riducendo il costo dei beni importati, ritorsioni cinesi sui dazi permettendo.

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Fed, rendimenti bond, tassi USA