Licenziamento senza giusta causa? Sinistra PD e Lega fanno a gara di demagogia

Reintrodurre l'articolo 18? Ci pensano sia il candidato alla segreteria del PD, Michele Emiliano, sia il responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi.

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Reintrodurre l'articolo 18? Ci pensano sia il candidato alla segreteria del PD, Michele Emiliano, sia il responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi.

Da Milano, il governatore pugliese e candidato alle primarie del PD, Michele Emiliano, propone la reintroduzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sostenendo che bisogna tornare a rendere obbligatoria la reintegrazione del lavoratore licenziato senza giusta causa e aggiungendo che la monetizzazione di tale diritto sarebbe frutto di una concezione del lavoro del secolo scorso. Un attacco nemmeno velato al Jobs Act del governo di Matteo Renzi, suo sfidante per la segreteria. Filippo Penati, sostenitori di Emiliano e già presidente della provincia di Milano, concorda: l’abrogazione dell’articolo 18 non era stata nemmeno chiesta dalle imprese, ma è stata una sberla al sindacato.

Che la sinistra sia storicamente contraria alla flessibilità del mercato del lavoro non dovrebbe stupire, ma considerando che proprio il PD, pur di matrice renziana, sia stato in grado di abrogare l’articolo 18, dopo che per un decennio ci aveva provato inutilmente il centro-destra, sembra un passo indietro nel dibattito politico di questi anni, come segnala anche la battaglia vinta sui voucher, contro cui si è scagliata la più gretta demagogia sindacale. Vero è che il Jobs Act da solo segnala di avere esaurito le sue cartucce e di non essere in grado di creare occupazione, in assenza di un ciclo economico positivo, ma che si sia trattato di un provvedimento dagli effetti stimolanti sulle assunzioni, sebbene più che altro per la decontribuzione prevista, non lo metterebbe in discussione quasi nessuno. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, a rischio l’unica vera riforma di Renzi)

La proposta “anti-ciclica” di Borghi

Eppure, l’amore per l’articolo 18 si diffonde anche a destra. Il responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi, già noto per la sua battaglia in favore del ritorno alla lira, si spinge più in là di Emiliano e propone la reintroduzione dell’articolo 18 in funzione anti-ciclica per il mercato del lavoro: dovrebbe essere consentito ai datori di lavoro di licenziare più liberamente e senza obbligo di reintegro, quando la congiuntura dell’occupazione è positiva, vietato nel caso contrario, ovvero quando le cose si mettono male per l’occupazione.

Nel concreto, la proposta consiste nel legare l’indennizzo sostenuto dall’impresa per licenziare il lavoratore anche senza giusta causa alla situazione del mercato del lavoro, in particolare, ai tempi medi richiesti per trovare un nuovo impiego. Poiché questi si allungano nel caso di elevata disoccupazione, sarebbe come affermare che un’impresa italiana si troverebbe a pagare di più per licenziare in tempi avversi, di meno quando le cose vanno relativamente bene. (Leggi anche: Licenziamento, tra reintegro e indennizzo ecco le novità)

Destra e sinistra giocano sulla pelle dei lavoratori italiani

La proposta di Borghi appare sconclusionata sul piano teorico e pratico. Riguardo al primo, perché irrigidire il mercato del lavoro proprio in una fase avversa dell’economia significa non sostenere l’occupazione, ma distruggerla, una replica di quanto avvenne alla fine degli anni Venti negli USA, quando l’allora presidente americano Herbert Hoover riunì il gotha dell’industria statunitense, concordando una rigidità salariale e il congelamento temporaneo anche dei licenziamenti per sostenere la domanda interna. Sappiamo come andò a finire: il pil USA crollò di un terzo in un quadriennio e la disoccupazione dilagò.

Sul piano attuativo, i problemi non sarebbero da meno: chi dovrebbe fissare i tempi medi per trovare un nuovo impiego? E varrebbero per tutta l’Italia, quando sappiamo che il mercato del lavoro è per sua natura molto differenziato di regione tra regione o all’interno della medesima regione, oltre che tra categoria in categoria? Vi sembra credibile, che un’impresa in Italia assuma un lavoratore a tempo indeterminato, sapendo che quando l’economia dovesse andare male, sarebbe proprio allora a trovarsi costretta a non licenziare nessuno, tranne che non volesse sobbarcarsi oneri praticamente proibitivi per una piccola realtà produttiva? (Leggi anche: Niente lavoro per tutti, politici mentono: Visco gela gli italiani)

Cosa hanno in comune Emiliano e Borghi? Il desiderio di distinguersi, di andare controcorrente e di apparire per ciò stessi vicini agli interessi del popolo italiano.

Certo, non sta scolpito nella roccia che si crei occupazione con maggiore flessibilità del lavoro, si tratta pur sempre di un pensiero opinabile, per quanto supportato da un’infinità di dati dalle parti più disparate del mondo. Qui, però, sembra più che l’obiettivo sia di raccattare voti tra le fasce della popolazione italiana che giustamente si considerano uno scarto della crisi, senza offrire loro una prospettiva credibile. Destra e sinistra potrebbero ingaggiare una dura battaglia per la restaurazione, non solo dell’articolo 18.

 

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