Reflazione più lontana? Ecco cosa segnala il mercato dei bond

Tornano a crescere i rendimenti negativi sui mercati finanziari e in 5 settimane segnano un impressionante +33%. Come mai gli investitori sembrano nuovamente allettati da titoli in perdita?

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Tornano a crescere i rendimenti negativi sui mercati finanziari e in 5 settimane segnano un impressionante +33%. Come mai gli investitori sembrano nuovamente allettati da titoli in perdita?

La Federal Reserve non è certa di alzare i tassi USA per la terza volta quest’anno, stando ai verbali pubblicati ieri sull’ultima riunione del suo board. In realtà, da allora sono arrivati dati confortanti sul mercato del lavoro americano a luglio e le probabilità di una ulteriore stretta monetaria entro dicembre sarebbero forse più alte di quelle stimate in queste ore dai traders.

Il vero problema resta, però, lo stesso: la reflazione. Il ritorno dell’inflazione è sembrato materializzarsi nei primi mesi dell’anno, quando la crescita tendenziale dei prezzi nell’Eurozona è salita al 2% e negli USA fino al picco del 2,7% a febbraio. Dopo, il calo e in entrambi i casi a livelli inferiori al target. A luglio, l’inflazione annua è stata dell’1,7% negli USA e dell’1,3% nell’Eurozona, segno che il processo di reflazione sarebbe meno alla portata di quanto si sia immaginato, specie dalla vittoria di Donald Trump.

Uno dei segnali sull’inflazione attesa sui mercati lo forniscono i rendimenti dei bond. Più essi sono elevati, maggiore sarebbe, in teoria, la crescita scontata dei prezzi nel medio termine da parte dei traders. Viceversa, il mercato starebbe prevedendo un’inflazione bassa per anni. Ora, un sintomo dell’anomalia in cui le economie avanzate si sono imbattute dopo la potente crisi finanziaria ed economica esplosa nel 2008 con il crac di Lehman Brothers è dato dai rendimenti negativi dei bond. (Leggi anche: Rendimenti negativi ipoteca sul futuro, ecco come la nostra ricchezza è a rischio)

Un titolo obbligazionario dovrebbe sempre rendere qualcosa, affinché l’investitore decida di acquistarlo e inserirlo nel proprio portafoglio. Al limite, potremmo assistere a rendimenti reali negativi, ovvero a rendimenti nominali inferiori al tasso d’inflazione, ma mai ci aspetteremmo che un bond renda nominalmente sottozero, ovvero che chi lo acquista ci rimetta i suoi soldi. Eppure, è quanto succede da anni sui mercati finanziari mondiali, segno dell’eccezionalità dei tempi.

Il trend delle ultime settimane

Nel giugno 2016, la montagna di debito negoziato sui mercati con rendimenti negativi toccava l’apice di 11.900 miliardi di dollari.

Da allora, si è registrato un calo, che è proseguito con alti e bassi fino al mese scorso, quando i bond con rendimenti negativi erano scesi a 6.500 miliardi di dollari, il dato più basso da 18 mesi. E, invece, alla metà di agosto risultavano di nuovo in aumento alla bellezza di 8.684 miliardi, segnando un progresso di oltre un terzo in appena cinque settimane.

Che sta succedendo? Come mai un’inversione di tendenza così repentina? Per rispondere, dobbiamo premettere che l’esplosione del debito con rendimenti negativi è iniziata con il varo del “quantitative easing” da parte della BCE all’inizio del 2015. Non che prima non vi fossero bond con rendimenti negativi, ma erano arrivati a valere non più di 2.000 miliardi. Da allora, il boom quasi incessante fino all’estate scorsa, quando sono iniziate a diffondersi aspettative più ottimistiche sull’inflazione nell’Eurozona, lasciando intravedere un’uscita più veloce dal piano di stimoli monetari di Francoforte. I rendimenti sovrani nell’area sono schizzati in pochi mesi, con i decennali italiani più che raddoppiati tra agosto e ottobre, per effetto anche delle vicissitudini politiche a Roma. (Leggi anche: Rendimenti negativi trappola fatale per banche centrali e investitori)

Cosa accade sui mercati?

Sta di fatto che anche il Bund a 10 anni, che un anno fa rendeva ancora quasi il -0,20%, oggi si aggira sullo 0,50%, dopo avere testato un massimo dello 0,63% a luglio. Ma lo stesso mercato dei titoli di stato ci segnala un’inversione di tendenza, un ripiegamento frutto di un contrordine sui mercati sulle aspettative d’inflazione. Il cambio euro-dollaro ha guadagnato il 12% quest’anno e con un’inflazione già bassa è difficile che la BCE cambi programmi a breve, rischiando di allontanarsi dal target della stabilità dei prezzi.

I livelli dei bond globali con rendimenti negativi sono tornati a quelli pre-Macron, ovvero a prima che le elezioni presidenziali in Francia sancissero la sconfitta della candidata nazionalista ed euro-scettica Marine Le Pen, che tante preoccupazioni aveva suscitato tra la comunità finanziaria e politica del pianeta.

Dunque, la buona performance dell’economia nell’Eurozona, le sorprese positive anche negli USA e in Giappone non paiono smuovere analisti e investitori dalla loro convinzione che la reflazione stia attecchendo.

Dietro al boom di luglio-agosto, però, potrebbe nascondersi un’altra considerazione: se mi aspetto che la BCE, in particolare, alzi i tassi prima di quanto non fosse stato preventivato, opterò per vendere i bond in euro a media-lunga scadenza, rifugiandomi temporaneamente in quelli a breve termine (il segmento caratterizzato dai rendimenti negativi), in modo da tenermi prontamente liquido per quando si presenterà l’occasione di acquistare titoli più longevi e a prezzi più bassi (rendimenti più alti). Poiché questo ragionamento non esclude l’altro di cui sopra, possiamo concludere sostenendo che il boom dei bond con rendimenti negativi sarebbe la risposta dei mercati a minori aspettative d’inflazione nel medio termine e a un riposizionamento, in vista di una svolta monetaria in alcune economie principali, Eurozona in testa. (Leggi anche: Reflazione addio? Mercato bond non compra racconta di Fed e BCE)

 

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