Referendum trivelle, sbagliato legarlo al presunto malaffare di Tempa Rossa

Referendum sulle trivelle, ecco su cosa si vota e perché lo scandalo intorno al governo creerebbe diversi guai alla nostra economia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Referendum sulle trivelle, ecco su cosa si vota e perché lo scandalo intorno al governo creerebbe diversi guai alla nostra economia.

Domenica 17 aprile, gli italiani saranno chiamati al voto per il referendum sulle estrazioni di petrolio al largo delle nostre coste, un po’ erroneamente ribattezzato “sulle trivelle”. A richiedere la consultazione sono state nove regioni, quasi tutte guidate dal PD. E, infatti, l’appuntamento è diventato più che altro una resa dei conti tra i democratici, in particolare, tra il governo e il premier Matteo Renzi da una parte e la minoranza del partito dall’altra. I primi sono contrari alla modifica delle norme attuali e invitato a votare “Sì” o a non recarsi ai seggi, facendo mancare così il quorum necessario del 50% più un voto. L’area bersaniana, invece, ha lasciato formalmente libertà di scelta, ma nei fatti tifa per il “No”. Schierati per abrogare le norme attuali sono anche Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia, più in funzione anti-governativa che per reali motivazioni ambientaliste. Anche una parte di Forza Italia è più propensa per la bocciatura. A sostegno delle norme attuali c’è anche Ncd di Angelino Alfano.

Referemdum trivelle, cosa si vota

Ma di preciso, gli italiani su cosa voteranno? Il quesito chiede agli elettori se intendono abrogare la normativa odierna, che consente alle piattaforme in mare ed entro le 12 miglia dalle nostre coste (circa 20 km, il limite massimo concesso dalle convenzioni internazionali per le acque nazionali) di estrarre petrolio e gas fino all’esaurimento dei giacimenti. I referendari vorrebbero, infatti, che le piattaforme smettessero di effettuare le estrazioni dopo la fine delle concessioni. In altri termini, se vince il “Sì” e si raggiunge il quorum del 50% più un voto, le piattaforme dovranno cessare le estrazioni al termine delle concessioni, anche se il giacimento non è stato del tutto sfruttato, ovvero anche se rimassero petrolio e gas. Se vince il “No” o non si raggiungesse il quorum, tutto rimarrebbe così com’è.      

Le ragioni del “sì” e del “no”

In Italia, si calcola che siano presenti 135 piattaforme, di cui 92 entro le 12 miglia. Sono solo queste ultime ad essere oggetto del referendum. Le loro concessioni arrivano in scadenza tra il 2018 e il 2034. Eni controlla 76 impianti, Edison 15 e Rockhopper 1. Si stima che a rischio vi sarebbero 10.000 posti di lavoro, più altri 18.000 dell’indotto. Chiaramente, si tratta di un’occupazione che verrebbe meno nel corso degli anni, non in un solo colpo, se passasse il referendum. Gli ambientalisti, come Greenpeace, lamentano che queste piattaforme così vicine alle nostre coste inquinano le acque con il rilascio di sostanze chimiche superiori in alcuni casi ai limiti di legge. Uno studio commissionato dalla stessa Eni e relativo allo sfruttamento di 34 giacimenti di gas nell’Adriatico, invece, ha trovato che l’impatto sull’ambiente non vi sarebbe, grazie alle avanzate tecnologie impiegate per il loro sfruttamento. Una prova? L’Emilia-Romanga ospita al largo delle sue coste ben 40 piattaforme, ma è la regione con più bandiere blu per la sanità delle sue acque; alla riviera romagnola ne sono state assegnate 9 nel 2015.

Congresso PD sulla pelle degli italiani

Dunque, ha davvero senso una battaglia ecologista contro le piattaforme, quando sarebbe (il condizionale è d’obbligo) provato che l’inquinamento delle acque in Italia non dipenderebbe dalle piattaforme petrolifere e di gas e che il turismo sembra paradossalmente più sviluppato proprio nelle aree del nostro paese con il maggior numero di trivelle? Come anticipato all’inizio dell’articolo, il quesito sembra un congresso del PD, ma ai danni della nostra economia. Senza volere sottovalutare le sacrosante ragioni degli oppositori delle trivelle, pare che si stia speculando politicamente e dentro lo stesso governo su una materia di estrema importanza, riguardando la nostra produzione energetica, per una pura finalità di regolamento dei conti dentro al PD.      

Scandalo petrolio ha fatto il danno

Lo scandalo di Tempa Rossa, il giacimento lucano, che non riesce ad aprire battenti sin dal 1984 per le ben note lungaggini burocratiche italiote e che ha portato alle dimissioni del ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, rischia di rovinare il lavoro pur pregevole, che il governo Renzi sembra avere svolto ad oggi per lo sblocco delle autorizzazioni nell’area. Attenzione: se lo stesso abbia un fine diverso da quello dell’interesse pubblico lo dovrà accertare la magistratura e nel caso è ovvio che i responsabili di eventuali abusi e/o di reati di corruzione o di interessi lobbistici vadano puniti, se avranno infranto una o più leggi. Il punto è semmai un altro: può la nostra economia essere bloccata sempre e comunque da referendum dal sapore populista, che “sequestrano” il futuro dell’Italia per i prossimi decenni? E’ accaduto negli anni Ottanta con il blocco della produzione di energia nucleare, campo in cui il nostro paese era tra i più avanzati al mondo, con la conseguenza che oggi importiamo dall’estero i tre quarti del nostro fabbisogno energetico, quando nella confinante Francia il 75% dell’energia è prodotta dalle centrali nucleari. Se anche una sola di queste avesse problemi, saremmo contaminati ugualmente.

Rischio stop a piattaforme petrolifere

Nel 2011, sull’onda della volontà di abbattere l’allora governo Berlusconi, è stata ancora una volta proprio il referendum sul ripristino dell’energia nucleare ad essere rimasto vittima dell’incipiente marcia dei “grillini” verso il Parlamento. Lo stesso potrebbe accadere tra meno di due settimane, quando lo sdegno (giustissimo) per i presunti casi di commistione tra interessi personali e operazioni pubbliche potrebbe spingere milioni di italiani a recarsi ai seggi per segnalare la propria insofferenza verso l’esecutivo. Ricordiamo agli italiani, che per cacciare un governo in carica esistono appuntamenti più appropriati, come le elezioni politiche, ma prima ancora ci sono le amministrative di questa primavera. Sarebbe forse segno di immaturità prendere a pretesto una materia così delicata per sfogare la propria rabbia contro alcune pratiche deprecabili nella gestione di dossier importanti. Ma ormai il danno sembra essere fatto e se non saranno gli italiani tra due domeniche, è probabile che a rimettere in discussione la presenza di investimenti petroliferi in Italia ci penserà presto la magistratura.  

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Governo Renzi