Referendum taglio parlamentari: partiti ostaggio della propaganda anti-casta

Il fronte del "sì" al referendum per ridurre il numero di deputati e senatori si assottiglia, ma quello del "no" non trova il coraggio di metterci la faccia.

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Si avvicina la data del 20-21 settembre, quando si celebrerà il referendum costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari, oltre che per tenere le elezioni regionali in Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia. In gioco ci sono 230 seggi alla Camera dei Deputati e 115 al Senato, i quali verrebbero ridotti nel caso di vittoria del “Sì”. Non c’è quorum per il via libera, a differenza dei referendum abrogativi. Dunque, basta che anche una sparuta minoranza si rechi alle urne e voti a maggioranza per fare passare la riforma approvata definitivamente dal Parlamento nello scorso autunno.

Sondaggi politici referendum taglio parlamentari: i partiti si spaccano e il NO è in crescita

Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia hanno approvato tutti i passaggi, mentre il PD solo l’ultimo, ovvero successivamente alla formazione del secondo governo Conte. I fautori del taglio sostengono che farà risparmiare soldi e si porranno le basi per un sistema rappresentativo più efficiente. Quanto ai primi, tenendo conto che la Camera nel triennio 2018/2020 ci sia costata 144,9 milioni tra indennità e rimborsi e il Senato 78,6 milioni, ciascun deputato pesa sui contribuenti la media di 230 mila euro all’anno, ciascun senatore per 249.600 euro.

Riducendo il Parlamento di 230 deputati e 115 senatori, il costo per gli italiani scenderebbe di 52,9 milioni alla Camera e di 28,7 milioni al Senato, pari a complessivi 81,6 milioni. Farebbero 1,35 euro a residente ogni anno, quanto un cappuccino al bar. I risparmi di per sé non vanno sottovalutati con una facile battuta, ma ci chiediamo se sia questa la strada migliore per ottenerli, quando basterebbe tagliare del 36,5% medio le indennità e i rimborsi di tutti i parlamentari per giungere allo stesso risultato, pur senza intaccare la rappresentanza dei singoli territori.

La vittoria del NO sarebbe la fine dell’M5S

Venendo all’efficienza delle istituzioni, perché mai 345 persone in meno tra Camera e Senato dovrebbero aumentarla, se i meccanismi di funzionamento degli organi elettivi rimangono inalterati? Il bicameralismo perfetto non è stato affatto rivisto, per cui impiegheremmo esattamente lo stesso tempo per vedere approvare una legge, dovendo passare da entrambe le Camere così com’è sempre stato dal 1948.

Ma le ragioni del “sì” s’impongono facilmente a un’opinione pubblica disgustata dai “privilegi della casta” e, in verità, ancora di più dalla inconcludenza pluridecennale dei politici. Da qui, la facile previsione di una vittoria schiacciante del “sì”, anche se nelle ultime settimane il “no” recupera terreno. Come mai? Il taglio dei parlamentari è forse l’ultima bandiera che i grillini possono sventolare e gli elettori degli altri partiti hanno compreso che se il “no” vincesse, il Movimento 5 Stelle si scioglierebbe come neve al sole la sera stessa del 21.

Converrebbe a tutti gli avversari dell’M5S fare campagna esplicita per il “no”, ma a parte che Lega e FDI apparirebbero incoerenti con le loro votazioni in Parlamento, tutti hanno paura di uscire sconfitti dal referendum e su un tema molto sensibile per gli italiani: i costi della politica. La demagogia pentastellata ha impregnato stampa e talk show in anni e anni di becera propaganda sragionata, per cui oggi nemmeno il PD, da sempre schierato in difesa del “no”, se la sente più di ufficializzare la propria posizione avversaria.

Il NO è senza rappresentanza

Siamo a un paradosso: se il “no” facesse campagna seria avrebbe ottime probabilità di vincere, dato che servirebbe “politicizzare” la battaglia referendaria, così come venne fatto nel 2016 in ottica anti-renziana. Ma poiché nessuno vuole passare per difensore della casta, le posizioni di tutti i partiti, M5S a parte, rimangono blande, quasi impercettibili, come dire “se il taglio non passasse, saremmo contenti. Ma non possiamo dirlo ad alta voce”.

Se Lega, FDI e PD (Forza Italia sarebbe già orientata per il “no”) avessero il coraggio delle proprie opinioni, il prossimo 21 settembre darebbero una forte spallata a quella demagogia spicciola dei grillini, che ha inquinato il dibattito pubblico nell’ultimo decennio, allontanandoci dalle soluzioni ai problemi sul cattivo funzionamento delle istituzioni, che pure esistono e che sono assai gravi. Ma questo segherebbe l’albero su cui è seduto lo stesso PD, ragione per cui tra tre settimane assisteremo quasi certamente alla vittoria del “sì” per la pavidità dell’ampio fronte del “no”.

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