Referendum Svizzera su sovranità monetaria, ecco perché è la risposta sbagliata a una preoccupazione giusta

Un referendum in Svizzera a marzo chiede di assegnare alla banca centrale il monopolio di emissione della moneta. Se passasse, sarebbe una rivoluzione con effetti dirompenti, ma sembra la risposta sbagliata a una legittima preoccupazione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Un referendum in Svizzera a marzo chiede di assegnare alla banca centrale il monopolio di emissione della moneta. Se passasse, sarebbe una rivoluzione con effetti dirompenti, ma sembra la risposta sbagliata a una legittima preoccupazione.

Si chiama “Vollgeld-Initiative” ed è la proposta di legge, che il Movimento Svizzero per la Moneta Sovrana sottoporrà a marzo agli elettori elvetici per modificare la Costituzione e vietare alle banche private di emettere moneta, riassegnando il monopolio dell’emissione alla sola Schweizerische National-Bank (SNB), la banca centrale svizzera. Vediamo di preciso di cosa si tratta. L’iter è iniziato nel 2015 con la raccolta di 110.000 firme per la presentazione della proposta di referendum. L’idea alla sua base è che le banche private creino moneta-credito dal nulla e che ciò finisca per alimentare un circuito di debiti, a tutto discapito dell’economia reale. Secondo il movimento, questa situazione in Svizzera sarebbe incostituzionale, visto che la Carta fondamentale assegnerebbe dal 1891 il monopolio dell’emissione monetaria alla sola SNB. Le cose sono andate diversamente, specie con lo sviluppo dell’economia moderna e della tecnologia. (Leggi anche: Referendum oro Svizzera, come la banca centrale manterrà le mani libere)

Di cosa parliamo? Le banche private non hanno né in Svizzera, né altrove, un vero potere di emissione di moneta, ma semmai è vero che nei fatti regolino la quantità di moneta in circolazione sulla base dei prestiti effettuati. Come? Immaginiamo di avere 100 euro e di portarli in banca. Il nostro deposito genererà un debito per la banca di 100 euro, sul quale dovrà corrisponderci gli interessi. Affinché l’operazione abbia un senso economico per essa, presterà questo nostro denaro a un cliente, sia esso impresa o individuo, chiaramente facendosi corrispondere interessi più alti di quelli che offrirà a noi. Ma non tutto, perché una minima parte dovrà trattenerlo in filiale per le necessità quotidiane (un cliente che si presenta a riscuotere il suo deposito, etc.). Supponiamo che ne presti 80 e che questo denaro venga utilizzato dal debitore per effettuare un pagamento verso un soggetto terzo, il quale porterà gli 80 euro in banca per depositarli. A questo punto, la banca avrà a disposizione altri 80 euro e ne presterà sempre l’80% a un altro debitore, ovvero 64. Questi 64 euro saranno utilizzati dal nuovo debitore per pagare beni e servizi a un altro soggetto, che a sua volta riporterà in banca i 64 euro per depositarli. E così via.

L’esempio, volutamente estremizzato, ci aiuta a capire un dato: la banca ha prestato con solo 100 euro in cassa (quelli che le avevamo portato come deposito) ben 100 + 80 + 64 + … n euro. In sostanza, da un deposito si è creata una montagna di ulteriore moneta “dal nulla”, grazie all’utilizzo della cosiddetta riserva frazionaria (qui, ipotizzata al 20%). O meglio, quel nulla di cui parla anche il movimento svizzero non sarebbero altro che i prestiti bancari. I sostenitori della “moneta piena” ritengono, quindi, che la banca non dovrebbe prestare più denaro di quanto fisicamente ne abbia al suo passivo (depositi). Solo così le verrebbe impedito di “creare” moneta e di innescare un circuito debitorio. In altre parole, la moneta odierna sarebbe l’interfaccia di debiti e per spezzare questo incantesimo, dovremmo riaffidare il monopolio dell’emissione alle banche centrali.

Preoccupazione legittima, risposta sbagliata

Il governatore della SNB, Thomas Jordan, qualche giorno fa ha invitato gli elettori a votare contro l’iniziativa, sostenendo che avrebbe effetti dirompenti sull’economia svizzera e che metterebbe in fuga i capitali, accentrando nelle mani dello stato il potere sulla gestione della moneta, che a quel punto sarebbe soggetta alla pura discrezionalità politica. In effetti, se alle banche fosse impedito di prestare denaro oltre quello fisico detenuto, il monte-prestiti crollerebbe. I sostenitori dell’iniziativa replicherebbero che ci penserebbe la banca centrale ad emettere moneta, ma attraverso quali canali? E con quali effetti?

Il referendum svizzero segnala la preoccupazione crescente tra ampi strati dell’economia sulla cattiva gestione della moneta, specie in un’era, in cui sembra che essa possa essere creata in quantità infinita, ma finendo col provocare sconquassi. Preoccupazioni più che legittime, tanto che da decenni fanno parte del pensiero economico “ufficiale”. L’economista monetarista Milton Friedman, ad esempio, vedendo nell’eccesso di moneta in circolazione la fonte dell’inflazione, propose di impedire alla banca centrale di emetterne a piacimento e di legarne la quantità al pil. Alla base della sua teoria vi è la considerazione che la moneta non sarebbe altro che l’interfaccia della produzione di beni e servizi, il mezzo in cui concretamente questi possono essere scambiati. Pertanto, è con la produzione che deve esservi il massimo legame possibile, imponendo alle banche centrali politiche di “commitment”, ovvero legando loro le mani. Lo stesso Friedman aveva capito come la tecnologia abbia reso più facile “stampare” moneta. In effetti, oggi il 90-95% della nuova moneta generata dalle banche è semplicemente elettronica o “scritturale”. (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

Serve porre un freno alle banche centrali

Nell’Eurozona, oggi la riserva frazionaria è del 2%, per cui le banche possono prestare fino al 98% del denaro dei clienti-risparmiatori. Ai tempi della lira, la Banca d’Italia aveva coefficienti di riserva obbligatoria ben più elevati, anche 7-8 volte più alti. Eppure, gli anni dell’esplosione del debito pubblico (è debito anch’esso) furono proprio quelli in cui vi era la lira, incentivato dalla monetizzazione delle emissioni da parte della Banca d’Italia, che finì per provocare anche un’inflazione insostenibile negli anni Ottanta e che portò, anzitutto, alla legge Andreatta del 1981, chiamata anche sul divorzio tra Bankitalia e Tesoro.

L’iniziativa della “moneta piena” sembra la risposta sbagliata a una preoccupazione giusta. All’eccesso di moneta in circolazione, che provoca aumenti costanti dei prezzi e spesso eccedenti i tassi di crescita dei redditi, si può e si deve porre un freno. Gli strumenti, tuttavia, non sarebbero quelli di vietare alle banche di fare il loro mestiere, ma consisterebbero nel fornire loro i corretti input. Quali? I tassi verosimilmente dovrebbe essere più alti e non tenuti appositamente bassi dalle banche centrali per stimolare l’economia e finendo così per generare inflazione. L’aumento del coefficiente di riserva frazionaria, invece, si rivelerebbe inefficiente, perché metterebbe banche efficienti e banche inefficienti sullo stesso piano, ponendo un tetto ai prestiti uguale per tutte. Sono i tassi che regolano nell’economia reale il rapporto tra consumi e risparmio. E sono i bassi tassi a spingere famiglie e imprese a indebitarsi a livelli insostenibili, sacrificando i consumi futuri in favore di quelli attuali e generando crisi più in là. Non serve accentrare l’emissione della moneta, ma bisognerebbe legare le mani degli stra-potenti governatori centrali. (Leggi anche: Perché le banche centrali non vogliono tagliare i tassi e gli stimoli)

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Argomenti: Economie Europa, Politica Europa