Referendum sulle trivelle, le false ragioni del “sì”

Referendum sulle trivelle, perché sarebbe opportuna una vittoria dei "no" o l'astensione. Non si tratta di un pro o contro il governo, ma della nostra economia.

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Referendum sulle trivelle, perché sarebbe opportuna una vittoria dei

Si avvicina l’appuntamento con il referendum di domenica prossima, quello sulle trivelle entro le 12 miglia dalle coste dell’Italia. Si vota dalle ore 7 alle 23 e affinché il risultato sia valido, è necessario che venga raggiunto il quorum del 50% più un voto. Dunque, determinante sarà l’affluenza, perché è naturale che il governo Renzi, essendo il più contrario al voto, stia facendo campagna per l’astensione, una scelta legittima. Ma sono in pochi gli italiani a conoscere esattamente su cosa si concentra il quesito referendario. Vediamo di capirne di più. A differenza di quanto molti pensano, non si tratta di scegliere tra le trivelle in mare o no, bensì su un altro aspetto, ovvero se le compagnie petrolifere debbano smettere di trivellare, una volta scaduta la concessione, oppure se possano continuarlo a fare fino all’esaurimento del giacimento di gas o greggio.

Se vincono i “sì”

Se vincono i “sì” e il quorum sarà raggiunto, le trivellazioni dovrebbero cessare alla scadenza delle concessioni, anche se il giacimento non è stato del tutto sfruttato. Intendiamoci, formalmente non sarebbe affatto sbagliato che ciò accadesse, perché in un sistema di mercato realmente libero e concorrenziale, una volta che scadano i termini di una concessione, è naturale che il contratto si risolva automaticamente e che il concessionario lasci eventualmente ad altri l’attività, attraverso una nuova asta improntata a criteri competitivi. Dire ciò, però, non c’entra nulla con le ragioni avanzate dagli ambientalisti, i quali fanno campagna per il “sì”, sostenendo che nel caso di vittoria, le trivellazioni si fermeranno e che si cesserà di inquinare i mari italiani. Tutt’altro. Semplicemente, si opterebbe per un meccanismo, per il quale si cambieranno i nomi dei concessionari, i quali dovranno lasciare i giacimenti alla scadenza dei contratti.

Domanda: ma è proprio opportuno che accada?      

Fonti rinnovabili OK, ma non bastano

La risposta potrebbe essere negativa. Dei 92 giacimenti all’interno delle 12 miglia dalle nostre coste, 76 sono sfruttati al momento da Eni, 15 da Edison e solo uno da una compagnia straniera, l’inglese Rockhopper. Rimescolando le carte, quindi, gli ambientalisti rischiano di cedere il controllo di parte dei giacimenti a compagnie straniere, perdendo forse anche di più la capacità di fare leva sulla loro sensibilità alle istanze di parte dell’opinione pubblica. Ma c’è un’altra questione più fondamentale, che ci dovrebbe imporre una maggiore cautela nel cercare di mettere i bastoni tra le ruote di chi investe nel comparto energetico in Italia. Alla fine del 2014, oltre un terzo (33,4%) della produzione di energia era dato dello sfruttamento delle cosiddette fonti “rinnovabili”, come le biomasse, l’energia eolica, solare, idraulica e geotermica. All’inizio degli anni Novanta, la loro percentuale era ancora del 22%, ma si consideri che il trend appare esplosivo e favorevole solo negli ultimi anni. E contrariamente alla vulgata comune, secondo cui l’Italia sarebbe indietro in questo campo, la situazione appare del tutto diversa. I “virtuosi” tedeschi producono solo il 28% della loro energia dalle fonti rinnovabili, i francesi appena il 18%. Meglio di noi, però, fanno Austria (70%), Svezia (63%), Portogallo (52%), Spagna (38%) e Romania (42%). Tuttavia, il fabbisogno energetico nazionale risulta da noi ancora superiore alla produzione del 14%, anche se esiste una disomogeneità piuttosto elevata di regione in regione. Cosa vogliamo dire? Bisogna continuare a spingere sull’acceleratore delle fonti rinnovabili, ma al momento non sono sufficienti a colmare il gap tra consumi e produzione. Mantenendo invariati i primi e la produzione dalle fonti “tradizionali”, dovremmo supporre che l’offerta di energia derivante dalle fonti rinnovabili dovrebbe quasi raddoppiare per portare la nostra bilancia in pareggio, il ché non è una prospettiva alla portata nel breve termine.      

Votare “sì” per indebolire Renzi non sarebbe opportuno

In altri termini, lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi al largo delle coste italiane resta ancora importante per l’ambita indipendenza energetica italiana, in attesa che il nostro paese riesca maggiormente a sfruttare la benedizione divina di trovarsi in condizioni geo-climatiche da attirare l’invidia dell’intero pianeta, sfruttando maggiormente le potenzialità del sole, del vento e le altre energie pulite.

La questione, in realtà, è diventata squisitamente politica, perché il referendum è diventato il pretesto delle opposizioni di abbattere il governo Renzi, specie dopo lo scandalo petrolio per il sito di Tempa Rossa. Legittimo aspirare di mandare a casa un esecutivo, ma se consideriamo che tra meno di due mesi si vota per le elezioni amministrative, sarebbe di gran lungo più opportuno puntare su quell’appuntamento per cercare di indebolire Matteo Renzi e la sua squadra. Farlo sulle spalle della già fragile economia italiana potrebbe servire solo a inviare un messaggio di sfratto a Palazzo Chigi, ma rischiando di creare danni a un settore, che necessita, invece, di essere sviluppato, senza peraltro portare alcun beneficio sul fronte delle fonti energetiche alternative.

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