Referendum sul’Euro, Beppe Grillo dà l’esempio all’Europa

Per Beppe Grillo l'Europa va ripensata. Intanto il fronte anti-Bruxelles cresce anche in Germania, Regno Unito e Francia. I colori sono diversi ma le richieste non cambiano: far decidere i cittadini sull'Europa e sulla Moneta Unica

di , pubblicato il
Per Beppe Grillo l'Europa va ripensata. Intanto il fronte anti-Bruxelles cresce anche in Germania, Regno Unito e Francia. I colori sono diversi ma le richieste non cambiano: far decidere i cittadini sull'Europa e sulla Moneta Unica

Da Mirandola, dove si trovava in tour per la campagna elettorale delle amministrative, l’altro ieri Beppe Grillo è tornato sul tema scottante del referendum sull’euro, sostenendo che ci sarebbe la necessità di fare decidere agli italiani se uscire dall’Euro, dopo un anno di informazione. Il leader del Movimento 5 Stelle ha spiegato che ritiene ingiusto che i partiti decidano al posto di 60 milioni di italiani e pur definendosi “il più europeista di tutti”, ha affermato che l’Europa va ripensata e che vorrebbe andare a Bruxelles a rinegoziare il patto. Che si tratti, forse, di pura provocazione è chiaro, perché in Italia non esiste per Costituzione il referendum propositivo, ma solo abrogativo. Tuttavia, pensare che sia solo una questione italiana e legata alle intemperie delle campagne elettorali sarebbe fuori luogo. Il fronte dei referendari e anche dei contrari alla UE cresce e si rafforza un pò a tutte le latitudine europee, seppure spesso per ragioni contrapposte.  

Uscita Euro: il fronte dell’euroscetticismo cresce

In Germania, il Grillo della situazione è il movimento Alternativa per la Germania, nato da poco più di un mese per volontà di decine di accademici, imprenditori e giornalisti. I sondaggi lo accrediterebbero del 5%, soglia minima indispensabile per entrare nel Bundestag alle elezioni federali di settembre e il primo punto del suo programma è la richiesta di indire un referendum per fare decidere ai tedeschi se vogliono ancora rimanere nell’Eurozona. Segue il no ai salvataggi degli stati in crisi, invisi alla maggioranza dei tedeschi (Germania fuori dall’euro: ipotesi reale o fanta-finanza?) In Francia, il crollo di popolarità di Hollande e la caduta libera dei socialisti stanno avvantaggiando la sempre forte formazione della destra radicale di Marine Le Pen, il Fronte Nazionale, che chiede anch’esso un referendum sull’euro e la rinegoziazione del patto tra Parigi e Bruxelles. Se oggi si tenessero le elezioni presidenziali, secondo i sondaggi Le Pen sarebbe la seconda arrivata, dopo il candidato del centro-destra. Una riedizione del 2002, insomma. Non vanno meglio per l’Europa le cose a Londra, dove i conservatori al governo hanno da poco depositato una proposta di legge per convocare entro il 2017 un referendum per fare decidere ai sudditi di Sua Maestà se intendano rimanere nella UE. Qui, addirittura, la prospettiva è di abbandonare Bruxelles, visto che il Regno Unito non ha mai aderito all’unione monetaria. E i sondaggi sarebbero dalla parte degli euro-scettici, sebbene a fare campagna pro-UE ci siano i laburisti, i liberaldemocratici al governo con Cameron e l’ala moderata dei Tories. Persino il popolare sindaco di Londra, il conservatore Boris Johnson, ha fatto outing pro-Bruxelles, sostenendo che le inefficienze britanniche non dipenderebbero dall’appartenenza all’Unione. E nella prospera Scandinavia il sentimento anti-Bruxelles non è da meno.

Qui, solo la Finlandia appartiene all’Eurozona e nel 2011, guarda caso, la formazione dell’ultra-destra, Veri Finlandesi, si è imposta alle elezioni politiche, pur essendo oggi relegata all’opposizione, dopo la costituzione di un governo di larghe intese tra centristi e laburisti. Ma la contrarietà ai salvataggi – punto fondamentale del programma di Veri Finlandesi – è un sentimento trasversale ai cittadini, tanto che il pur “filo-Bruxelles” esecutivo di Helsinki è rinomato per la sua durezza verso il Sud Europa. Per non parlare della Grecia, dove comunisti stalinisti e filo-nazisti si contendono l’ampio consenso degli elettori stanchi dei sacrifici per restare nell’Area Euro.  

Il futuro dell’Euro si gioca in pochi paesi

Ma è chiaro che la battaglia per la sopravvivenza della moneta unica si gioca negli stati big: Germania, Francia, Italia e Spagna. Berlino potrebbe vedere l’ingresso in Parlamento di un partito marcatamente ostile a Bruxelles, sebbene una sua affermazione potrebbe sortire l’effetto opposto di costringere i conservatori della Merkel a un’alleanza con i socialdemocratici.

I sondaggi dicono, invece, che la Merkel potrebbe vincere anche a settembre con una maggioranza assoluta dei seggi, in coalizione con gli alleati liberali della FDP. Uno scenario del genere implicherebbe sia una vittoria degli strenui difensori dell’Unione, ma anche l’inasprimento delle tensioni tra Berlino da un lato e Parigi e Roma dall’altro (Alleanza anti-Germania tra Italia e Francia? Hollande smentisce: Berlino è un “modello”). Finora, infatti, né l’Italia, né la Francia hanno tirato troppo la corda nel dibattito con i tedeschi, confidando che le elezioni federali di inizio autunno risolvano tutto da sole. Se non sarà così, dal giorno successivo inizieranno a battere forse i pugni sul tavolo, reclamando un’attenuazione dell’austerità, ma con il rischio di arrivare a quel temuto punto di rottura, che allontanerebbe i tedeschi dal Sud Europa. D’altronde, le elezioni italiane di febbraio hanno determinato il successo dei partiti più critici verso Bruxelles e i suoi riti stanchi senza azione, mentre ci hanno rimesso clamorosamente quelle formazioni che si erano presentate al cospetto elettorale come i guardiani dell’Europa. Solo la nascita del governo Letta ha finora anestetizzato il dibattito interno, tranquillizzando le cancellerie estere. In un solo colpo, il panico in Europa per un probabile ritorno a Palazzo Chigi del Cavaliere è sparito. Adesso, i quotidiani tedeschi indicano in Beppe Grillo il loro vero nemico. Ma qua e là i Grillo aumentano in tutto il Vecchio Continente. Forse è il caso che l’euro fosse reinventato.

Argomenti: