Referendum e mercati, sorpresa del giorno dopo come con le elezioni USA?

Dal giorno dopo il referendum, i mercati potrebbero persino mostrare un rally non dissimile da quello post-elezioni USA. Esistono diverse ragioni per crederci.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Dal giorno dopo il referendum, i mercati potrebbero persino mostrare un rally non dissimile da quello post-elezioni USA. Esistono diverse ragioni per crederci.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni è salito in area 180-185 punti base, ai massimi da quando il governo Renzi è in carica. I rendimenti decennali dei titoli di stato italiani oscillano intorno al 2,10%, ma con puntate verso il 2,20%, segnando un divario di 50-55 bp con gli omologhi bond spagnoli, ai livelli più alti da da 5 anni. E’ il senso del sell-off di queste ultime settimane contro l’Italia, in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre, che potrebbe segnare la fine dell’attuale esecutivo.

Qualche giorno fa, il Financial Times pubblicò un articolo, a firma del tedesco Wolfgang Muenchau, nel quale spiega che nel caso in cui vincesse il “no”, il nostro paese rischierebbe l’uscita dall’euro. Abbiamo già chiarito in articoli precedenti come questo automatismo sia del tutto fuori luogo e frutto della conoscenza superficiale che la stampa estera ha della politica italiana e dei suoi complicati meccanismi. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro? Mercato sconta qualcosa di non molto dissimile)

Se vince il no, nessuna tempesta finanziaria

In un altro articolo, vi abbiamo anche dimostrato come il “no” potrebbe tradursi in un fattore positivo per i mercati, se ben gestito. Approfondiamo questo tema. Ciò che spaventa gli investitori è il famoso salto nel vuoto, che si rischia quando si chiude una stagione e si cerca di aprirne un’altra. Non vengono percepiti leader politici alternativi al premier Matteo Renzi di una qualche credibilità, per cui il timore è che la fine del governo attuale coincida con una fase di incertezze e di improvvisazione istituzionale, che potrebbe far precipitare una situazione economica e finanziaria già molto delicata, date la bassa crescita del pil e le banche italiane piene zeppe di crediti deteriorati.

Tuttavia, una vittoria del “no” potrebbe paradossalmente allontanare questi spauracchi, perché rimettendo mano alla legge elettorale, si potrebbe impedire a una formazione come il Movimento 5 Stelle, considerata euro-scettica, di arrivare al governo con solo il 30% dei consensi. Nel migliore dei casi, i grillini avrebbero bisogno di allearsi con qualcuno per governare, che non paiono nemmeno intenzionati a fare. (Leggi anche: Referendum costituzionale ed elezioni anticipate, come faranno fuori Grillo)

 

 

I mercati potrebbero godere di un azzeramento dei vertici UE

Il 4 dicembre, poi, si vota anche in Austria per la ripetizione del ballottaggio delle presidenziali della primavera scorsa. Il candidato dell’ultra-destra, Norbert Hofer, sarebbe in lieve vantaggio, cosa che assieme a un’eventuale bocciatura delle riforme istituzionali in Italia, potrebbe provocare un terremoto politico in Europa.

Siamo sicuri, però, che sia così negativo per i mercati? Un doppio colpo subito dalla UE nello stesso giorno, a pochi mesi dalla Brexit e alla vigilia di appuntamenti elettorali decisivi in Olanda, Francia e Germania, potrebbe portare alle dimissioni i vertici delle istituzioni comunitarie, in primis, del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. L’ipotesi inizia a circolare a Bruxelles e potrebbe essere la risposta politica dell’Europa al dilagare della protesta elettorale in ogni sua latitudine. Un “game changer” potrebbe essere ciò che serve agli investitori per tornare a sperare in questa malandata UE, ormai fonte di continue fibrillazioni politiche e di crisi finanziarie ed economiche. (Leggi anche: Spread e rendimenti BTp, se vince il “no” potrebbero scendere)

La BCE tutela i bond

Per non parlare, infine, della BCE. Oggi, l’istituto ha fatto intende nel suo report semestrale sulla stabilità finanziaria e con dichiarazioni di un paio dei suoi più alti dirigenti di essere pronta a reagire ad eventuali shock. L’ultimo board dell’anno si terrà l’8 dicembre, 4 giorni dopo il referendum italiano e il voto austriaco; in quell’occasione, il governatore Mario Draghi dovrebbe prolungare di sei mesi la durata del “quantitative easing”, potenziando all’occorrenza gli acquisti dei bond carenti di fiducia sui mercati, magari attraverso la sostituzione della “capital key” con altri criteri meno restrittivi. (Leggi anche: Spread e referendum, cosa farà Draghi se vince il “no)

Il ricordo del 9 novembre scorso, il giorno successivo alle elezioni USA, il cui esito è stato opposto alle previsioni, è ancora freschissimo. Ci attendevamo un tracollo dei mercati finanziari, l’impennata dei prezzi dell’oro, dello yen, del franco svizzero e la corsa ai bond, mentre è accaduto esattamente il contrario. Wall Street ha segnato i massimi storici per tutti e tre i suoi indici, l’oro è crollato ai minimi da 9 mesi e gli investitori hanno venduto massicciamente i titoli di stato, quale segno di maggiore fiducia verso il futuro.

 

 

 

Nessun salto nel buio in Italia

Certo, l’Italia non è l’America. L’Europa tutta non è come gli States, ma esistono buone ragioni per pensare che l’eventuale vittoria del “no” al referendum non sia prodromico né di un collasso finanziario, né tanto meno di un’uscita dall’Eurozona. Resta il discorso spinoso sulle banche italiane, che avrebbero già adesso molti problemi a trovare investitori, figuriamoci con la caduta o l’indebolimento del governo Renzi.

Come farebbe MPS ad attuare un maxi-aumento da 5 miliardi e a cedere crediti deteriorati per quasi 28 miliardi? E come riuscirebbe Unicredit a ricapitalizzarsi per 13 miliardi e magari convertire bond subordinati in azioni per altri 5? E le altre banche con operazioni simili in corso? Il rischio c’è ed è elevato, ma può essere contenuto solo da una reazione politica composta e “all’italiana”. (Leggi anche: Crisi banche italiane, servono troppi soldi)

Il nostro paese non ha una tradizione di salti nel buio, né di cambiamenti istituzionali e politici repentini, se non in momenti assai rari. La nostra classe politica, scadente per quanto possa essere, è almeno capace più di altre (si veda la Spagna) in un solo ambito: a restare abbarbicata al potere, impedendo che qualche “sprovveduto” da fuori glielo sottragga da sotto gli occhi. Siamo il paese di Niccolò Machiavelli, non di Oliver Cromwell. Caduto Renzi, se ne troverà un altro. E sarà anch’egli graditissimo ai mercati.

 

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Argomenti: Banche italiane, Bce, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, Governo Renzi, Matteo Renzi, quantitative easing, Spread

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