Referendum Lombardia e Veneto, trionfa il “sì”: ecco cosa cambia e chi ha vinto

Trionfo del "sì" ai referendum di Lombardia e Veneto per chiedere maggiore autonomia allo stato centrale. Non si tratta di ottenere più entrate fiscali. E il PD subisce un colpo, attutito solo grazie ai dirigenti locali.

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I referendum in Lombardia e Veneto sono stati un successo: il tasso di partecipazione tra gli elettori aventi diritto è stato del 40% nella prima e di quasi il 60% nella seconda regione. Importante il dato veneto, perché qui vi era il quorum del 50%, al di sotto del quale la consultazione sarebbe stata non valida. Il 95% di chi ha votato in Lombardia e il 98% di chi lo ha fatto in Veneto si sono espressi per il “sì” alle maggiori competenze delle rispettive regioni di residenza con annesse risorse. Il governatore lombardo Roberto Maroni aveva fissato nel 35% la soglia minima per potere parlare di successo, ovvero superiore al dato del referendum sulle trivelle, obiettivo più che raggiunto. Rispetto al Veneto, l’affluenza è stata qui minore anche per via dell’assenza di un quorum richiesto per convalidare l’esito, oltre che probabilmente per il debutto delle “voting machines”, che in qualche seggio si sono inceppate e che potrebbero avere allontanato qualche elettore più anziano.

Le province in cui si sono recati più elettori in percentuale ai seggi sono state Vicenza (70%), Padova e Treviso per il Veneto, Bergamo, Lecco e Brescia per la Lombardia. Dove si è votato meno, invece, a Milano e Venezia, i capoluoghi delle due regioni. (Leggi anche: Referendum Lombardia e Veneto, su cosa si vota e quali conseguenze)

Più competenze, ma residuo fiscale resta intatto

E adesso che succede? Entro un paio di settimane partiranno le trattative con lo stato centrale per arrivare a gestire alcune delle 23 competenze oggi ripartite tra stato e regioni. Contrariamente a quanto si è spesso dato sulla stampa, anche in virtù di quesiti generici e che nei fatti lasciano spazio all’interpretazione (in fondo, si trattava di referendum squisitamente politici e non tecnici), con la vittoria del “sì” non si punterà una maggiore autonomia fiscale, ovvero lombardi e veneti non tratterranno sui propri territori una quota maggiore di entrate fiscali, rispetto a quella odierna. Quei 54 miliardi di tasse in più versate dai primi e quei 18 miliardi circa all’anno in più versati dai secondi allo stato centrale resteranno intatti. Semplicemente, Milano e Venezia potranno gestire – sempre che le trattative con Roma andranno a buon fine – ulteriori materie con le relative risorse. Queste ultime sono oggi erogate dallo stato centrale in forma di servizi o di contributi, mentre in futuro, se afferiranno a competenze regionali, verranno direttamente gestite dai governatori. Nulla cambia, in termini di saldi, per lombardi e veneti.

Tanto rumore per nulla? Sì e no. Da oggi non ci sarà maggiore autonomia fiscale per il lombardo-veneto, l’area economica trainante d’Italia, ma il mandato ottenuto da Maroni e Zaia è stato forte, specie nel Veneto. Il dato politico di estremo rilievo di queste ore sta nella richiesta di maggiore autonomia segnalata da parte consistente dei 12 milioni di aventi diritto al voto. Siamo dinnanzi a una domanda certificata di cambiamento, che arriva dalle regioni ricche, le quali non hanno imboccato la strada dello scontro istituzionale o dei toni accesi per “strappare” concessioni allo stato centrali, bensì quella della democrazia e del dialogo rispettoso, elementi che non possono non essere tenuti in debita considerazione in tempi di Catalogna tumultuosa. (Leggi anche: Referendum Lombardia e Veneto, questione da oltre 70 miliardi)

Chi vince e chi perde

Ad uscire vincitori della partita sono certamente Zaia, anzitutto, e in misura minore Maroni. In generale, la Lega Nord esce rafforzata dai due referendum, compreso Matteo Salvini, non fosse altro che per essere il segretario del Carroccio. In verità, egli ha “subito” il voto, ambendo più che altro a lanciare il suo soggetto politico sul piano nazionale, valicando i confini del Po. Per questo, le quotazioni dei due governatori oggi appaiono in netta ascesa anche per possibili equilibri futuri all’interno del mondo leghista. A traino, anche il resto del centro-destra può godere dei risultati, ovvero Forza Italia, mentre i vertici nazionali di Fratelli d’Italia si erano espressi per l’astensione, contrariamente a quelli locali, che avevano sposato la linea di Milano e Venezia. (Leggi anche: Berlusconi, Salvini e Meloni uniti dalla paura per i referendum di Lombardia e Veneto)

Il PD esce non indebolito nel senso pregnante del termine, ma certo nemmeno rafforzato. Il partito si era diviso sulle indicazioni di voto: dirigenti locali di peso, come il sindaco bergamasco Giorgio Gori, si erano espressi in favore dei referendum, mentre il segretario Matteo Renzi aveva fatto trapelare scetticismo e in cuor suo sperava in un flop, potendo così speculare su una sconfitta dell’avversario leghista. Invece, è accaduto che ai seggi a votare sono andati in tanti e che il segnale per il PD non sia stato certamente positivo, in attesa di un altro colpo negativo, che molto probabilmente i democratici dovranno incassare alle elezioni regionali in Sicilia del 5 novembre prossimo.

 

 

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