Referendum Lombardia e Veneto, questione da oltre 70 miliardi all’anno

I referendum di Lombardia e Veneto fanno poco rumore, ma nella pratica saranno più dirompenti di quello farsa per l'indipendenza della Catalogna. Suona la sveglia per il Sud Italia.

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I referendum di Lombardia e Veneto fanno poco rumore, ma nella pratica saranno più dirompenti di quello farsa per l'indipendenza della Catalogna. Suona la sveglia per il Sud Italia.

Viste le immagini di quanto accaduto ieri in Catalogna per il referendum sull’indipendenza, per fortuna possiamo tirare un sospiro di sollievo per il clima del tutto diverso che si respira in Lombardia e Veneto, le due regioni chiamate al voto dai rispettivi governatori Roberto Maroni e Luca Zaia per accrescere l’autonomia in ambito fiscale.

Le consultazioni si terranno il 22 ottobre prossimo, ma non hanno niente a che vedere con la secessione, bandiera leghista sbandierata per un paio di decenni dal Carroccio. Ciò nondimeno, si tratta di appuntamenti dalla valenza politica assai importante, per le conseguenze pratiche che avrebbero i due referendum, nel caso in cui passassero i “sì”. (Leggi anche: Secessione Catalogna incentivata dall’euro?)

Premettiamo che saranno consultivi, ovvero non vincolanti, e che hanno ottenuto il placet della Corte Costituzionale e dello stesso governo, mentre il consenso tra gli schieramenti appare abbastanza trasversale. Tutto il centro-destra appoggia i referendum, oltre al Movimento 5 Stelle. Lo stesso PD è diviso al suo interno, con la linea ufficiale della segreteria a sostenere la non necessità di portare al voto milioni di cittadini nel lombardo-veneto, essendo già possibile sin da oggi trattare con lo stato centrale l’ampliamento dei poteri delle regioni per nuove competenze, sulla base dell’art.117 della Costituzione; ma il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e quello di Bergamo, Giorgio Gori, entrambi esponenti democratici, si sono espressi a favore.

Referendum Lombardia e Veneto, su cosa vertono?

Di preciso, cosa chiedono i due quesiti? Per quanto quello veneto sia più generico, entrambi hanno a che vedere con il cosiddetto “residuo fiscale”. Le due regioni vorrebbero trattenere una quota maggiore di risorse sui rispettivi territori. Nel 2015, stando alla Cgia di Mestre, la regione Lombardia ha versato allo stato centrale 53,9 miliardi in più di quanto ha incassato, mentre il Veneto 18,2 miliardi in più. Insieme, hanno contribuito, quindi, a mantenere il sistema-Italia con 72 miliardi di euro, il 4,5% del pil nazionale. Soldi, che sono stati redistribuiti nel resto d’Italia, ovvero nel Meridione, dove le 5 regioni più grandi (Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna e Calabria) hanno incassato 25,3 miliardi in più di quanto non abbiano versato allo stato centrale.

In media, ogni cittadino lombardo versa al fisco nazionale 5.500 euro all’anno in più di quanto non riceva, in termini di servizi e contributi dallo stato. Viceversa, ogni residente in Sardegna incassa 2.566 euro in più di quanto paghi. Evidente il trasferimento di ricchezza da Nord a Sud, che è anche all’origine della cosiddetta “questione settentrionale”, di cui la Lega Nord si è fatta interprete negli ultimi 30 anni di storia politica italiana. Lombardia e Veneto rappresentano insieme oltre il 60% del residuo fiscale delle regioni, il cui saldo è in attivo. Tra queste, va detto che l’Emilia-Romagna è seconda alla sola Lombardia con una media pro-capite di 4.076 euro, pari a una devoluzione netta di risorse alle altre regioni per 17,8 miliardi. (Leggi anche: Referendum Lombardia e Veneto, cosa cambierebbe con vittoria del si?)

Il referendum lombardo non necessita di alcun quorum per la sua validità, mentre quello veneto richiede che a votare vada la maggioranza assoluta degli aventi diritto e che si esprima a favore la maggioranza assoluta di chi ha votato. Se il “sì” prevalesse, Milano e Venezia aprirebbero una trattativa con lo stato per ottenere che sui propri territori rimangano maggiori risorse di quelle odierne. In teoria, Roma potrebbe non avviare nemmeno il negoziato, dato il valore non vincolante delle due consultazioni, ma sarebbe un atteggiamento politicamente poco sostenibile.

La questione del residuo fiscale

Dando per scontato che prevarranno i “sì” (resta solo da vedere se in Veneto sarà centrato il quorum sull’affluenza), quali conseguenze avrebbero i due referendum? In teoria, molto dirompenti. Nel caso migliore possibile, le due regioni otterrebbero il diritto di trattenere complessivamente circa 72 miliardi di euro all’anno, soldi che finirebbero per accrescere investimenti in infrastrutture, per finanziare altri programmi di spesa e assistenza pubblica e probabilmente per tagliare la pressione fiscale locale. Le distanze con il resto d’Italia si amplierebbero decisamente, considerando che le regioni del sud continuano a mostrarsi incapaci di emanciparsi dalla dipendenza fiscale, a causa sia della loro arretratezza economica, sia pure della cronica scarsa efficienza nella riscossione delle imposte.

L’ipotesi, tuttavia, più credibile è che le due regioni riescano semmai a portare a casa una quota crescente negli anni delle risorse versate, ma non tutto il residuo fiscale.

Eppure, i referendum di Lombardia e Veneto suonano la sveglia a Roma e al Meridione. E’ insostenibile una situazione, per la quale una parte della nazione produce e paga e un’altra consuma a spese della prima. Non si tratta di essere né nordisti, né egoisti, anche perché il Nord il suo altruismo lo dimostra ancora oggi con i fatti, accettando di ottenere dallo stato molto meno di quanto avrebbe teoricamente diritto. E la frustrazione risulta ancora maggiore, tenuto conto dell’assenza di miglioramenti per le economie meridionali, che si presentano a tutt’oggi come di puro consumo, caratterizzate da una burocrazia ipertrofica, che funge da ammortizzatore sociale con la creazione di postifici statali, regionali e comunali dalla nulla utilità, anzi dannosi per le imprese e gli stessi cittadini-utenti.

Se le consultazioni riscuotessero un’elevata partecipazione e se l’esito fosse positivo per i governatori che li hanno indetti, altre regioni potrebbero seguire, anche se politicamente appare meno probabile che l’Emilia-Romagna, roccaforte di sinistra, si accodi a referendum dal sapore leghista. Cresce, tuttavia, la consapevolezza tra i residenti settentrionali, che questa redistribuzione coatta delle risorse non solo abbia fallito miseramente ogni obiettivo, ma che avrebbe finito per cristallizzare le differenze tra Nord e Sud, paralizzando ultimamente il primo, senza che sia stato percepito alcun beneficio per il secondo.

 

 

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