Referendum Jobs Act, ecco i tre quesiti proposti dalla Cgil

Cosa prevedono i tre quesiti presentati dalla Cgil contro il Jobs Act, oggetto di un molto probabile referendum in primavera?

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Cosa prevedono i tre quesiti presentati dalla Cgil contro il Jobs Act, oggetto di un molto probabile referendum in primavera?

La Cgil ha raccolto 3,3 milioni di firme per modificare, attraverso tre quesiti, il Jobs Act, la riforma del diritto del lavoro del governo Renzi. Dopo il superamento del vaglio alla Corte di Cassazione, si attende la pronuncia della Consulta, che si terrà l’11 gennaio prossimo. Nel caso (probabile) di via libera, si celebrerà un referendum abrogativo entro la primavera prossima.

Al massimo tra meno di sei mesi, quindi, saremmo chiamati a dire la nostra sulla più importante riforma varata nei mille giorni di governo Renzi.

Tre i punti affrontati dal sindacato, che ne chiede l’abrogazione: i voucher, l’art.18 dello Statuto dei lavoratori e il codice degli appalti. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, a rischio l’unica vera riforma di Renzi)

Cosa sono i voucher

Voucher: introdotti nel 2003, trattasi di buoni, che il datore di lavoro può acquistare in tagli minimi da 10 euro ciascuno, al fine di retribuire il dipendente per prestazioni di lavoro accessorio, come nel caso di pulizie o di ripetizioni scolastiche. La norma è stata estesa con il Jobs Act pressappoco a ogni tipo di prestazione professionale ed è stata innalzata da 5.000 a 7.000 euro la soglia di reddito pagabile con i voucher.

L’intento del legislatore è stato di fare emergere il lavoro nero, grazie alla snellezza con cui il datore può retribuire il lavoratore per prestazioni occasionali e/o accessorie. Nei primi dieci mesi di quest’anno, ne sono stati acquistati 115 milioni per una retribuzione complessiva di 1,15 miliardi di euro, di cui 150 milioni riguardanti i contributi previdenziali, segnando un boom del 32% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando già si era avuto un +67% sull’anno precedente. (Leggi anche: Voucher lavoro, referendum per l’abolizione nel 2017?)

 

 

 

 

La battaglia sull’art.18

Secondo i detrattori, tale successo dimostrerebbe quanto le imprese starebbero approfittando dei voucher per retribuire di fatto il lavoro ordinario, sfuggendo al versamento dei contributi previdenziali nella loro misura ordinaria, nonché mascherando di fatto il lavoro nero.

Articolo 18: il Jobs Act ha mandato in soffitto la norma contenuta nello Statuto dei Lavoratori del 1970, con la quale era imposto il reintegro per le imprese con almeno 15 dipendenti, riguardo ai lavoratori licenziati senza giusta causa.

Tale previsione è stata sostituita con una indennità economica, legata al numero degli anni trascorsi in azienda e a seconda delle dimensioni di quest’ultima. L’intento del legislatore è stato di creare contratti stabili, ponendo fine alla pratica delle assunzioni precarie, come tramite i contratti di collaborazione occasionale.

Assunzioni stabili tornate in calo

Grazie a queste norme, unitamente alla decontribuzione prevista per il biennio 2015-2016 (parziale quest’anno), le assunzioni nette a tempo indeterminato sono esplose da 313.000 a 636.000 lo scorso anno, pur scendendo a 497.000 unità nei primi dieci mesi del 2016. I detrattori sostengono che sul punto, il Jobs Act avrebbe solamente precarizzato le condizioni del lavoro e al netto degli sgravi contributivi, la riforma si starebbe rivelando inefficace. (Leggi anche: Assunzioni stabili in forte calo, senza crescita il lavoro torna precario)

Infine, la Cgil chiede che torni ad essere responsabile in solido con la società appaltatrice anche quella appaltante, nel caso di violazioni subite dai lavoratori. L’intento del sindacato è di spingere a un maggiore controllo sul rispetto dei diritti dei lavoratori quanti appaltano in favore di terzi.

 

 

 

Le riforme saranno oscurate dalle contrapposizioni politiche

A differenza del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, l’eventuale chiamata al voto in primavera prevederebbe il quorum del 50% più un voto. Dunque, ad occhio e croce dovrebbero recarsi ai seggi almeno 23,5 milioni di elettori per validare l’esito della consultazione. Non sarà facile, ma dati i temi sensibili, nemmeno così improbabile che accada.

Nel caso di una vittoria del “no”, ovvero della bocciatura delle norme del Jobs Act, il contraccolpo politico ai danni dell’ex premier Matteo Renzi sarebbe enorme, forse definitivo. Per questo, potrebbe ripetersi il gioco di poche settimane fa, quando un ampio schieramento di partiti e leader politici si è coalizzato per mandare a casa il premier. Stavolta, non si tratterebbe di cacciarlo via dal governo, ma di impedirgli di tornare.

Il contenuto delle riforme, in sé abbastanza pregevole, per quanto sempre perfettibile, rischia di passare in secondo piano, se persino Forza Italia, che della flessibilità del mercato del lavoro ne ha fatto una bandiera per venti anni, paventa il suo “sì” alla bocciatura. (Leggi anche: Jobs Act, nuove tensioni nel PD: Bersani voterà sì)

 

 

 

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