Referendum Jobs Act, a rischio c’è l’unica vera riforma di Renzi

Il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi, rischia di essere bocciata al referendum della primavera prossima, se vi sarà il via libera della Consulta.

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Il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi, rischia di essere bocciata al referendum della primavera prossima, se vi sarà il via libera della Consulta.

A gennaio, la Corte Costituzionale, un paio di settimane prima di affrontare il capitolo spinoso dell’Italicum, dovrà rigettare o accogliere la richiesta di 3,3 milioni di firmatari, che su spinta della Cgil, vorrebbero eliminare il Jobs Act, la riforma del lavoro varata dal governo Renzi ai suoi esordi. Dopo l’ok della Corte di Cassazione, sembra molto probabile anche il via libera della Consulta al referendum per l’abrogazione del testo, tanto che ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, si è fatto sfuggire che sarebbe bene andare ad elezioni anticipate prima che si celebri tale appuntamento, in modo da disinnescare il rischio di smantellare forse la riforma più importante dei mille giorni di governo Renzi.

L’ex premier Matteo Renzi avverte i suoi sulla tentazione di riformare il testo per fare saltare il referendum. “Non possiamo dire che abbiamo scherzato”, continua, sostenendo che le agenzie di rating ci declasserebbero un attimo dopo. (Leggi anche: Jobs Act, raccolta firme referendum)

Cosa prevede il Jobs Act

Il Jobs Act si compone essenzialmente di due parti. La prima riguarda l’abrogazione dell’obbligo di reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa per le imprese, se assunti, a decorrere dall’entrata in vigore della legge, con contratto di lavoro subordinato e a tempo indeterminato. Ciò vale per i primi tre anni dalla data di assunzione, dando così vita a un contratto a tutele crescenti.

Una seconda parte della riforma riguarda gli incentivi alle assunzioni, di fatto cessati con la fine del 2016, anche se prorogati in altri termini per l’anno prossimo. Sui neo-assunti, sempre con contratto di lavoro subordinato e a tempo indeterminato, l’impresa ha potuto godere di sgravi contributivi totali (fino a una certa retribuzione) per lo scorso anno, parziali per quest’anno.

I quesiti referendari riguardano, in verità, anche i vouchers, buoni dal taglio di 10 euro, che i datori di lavoro acquistano senza altri oneri burocratici, per assumere lavoratori temporaneamente. (Leggi anche: L’Inps conferma i benefici del Jobs Act: più contratti stabili e a tempo indeterminato)

 

 

 

 

Risultati apprezzabili, anche se non eclatanti

Ora, a meno di due anni dall’entrata in vigore della riforma, i risultati sono stati apprezzabili, per quanto non eclatanti. Pur in presenza di una crescita economica quasi zero, le assunzioni sono aumentate e la gran parte a tempo indeterminato, invertendo una tendenza in atto da diversi anni, in base alla quale i lavoratori più giovani venivano assunti per lo più con contratti precari.

Certo, già da mesi si nota un’efficacia quasi impercettibile degli incentivi, essendo venuti grosso modo meno, ma resta il fatto che il tasso di disoccupazione risulta sceso di quasi un punto percentuale, mentre quello dell’occupazione è salito di oltre un punto e mezzo. (Leggi anche: Jobs Act ha già esaurito i suoi effetti)

Assunzioni trainate dalla decontribuzione

Come accadde dal 2003 in poi, dopo la riforma Biagi, l’occupazione italiana ha reagito positivamente alla maggiore flessibilità delle regole sulle assunzioni e i licenziamenti, anche se il Jobs Act ha esitato ad oggi risultati quasi esclusivamente legati alla decontribuzione. Adesso, rischia di essere cestinato da un referendum, prima di potere mostrare ulteriori aspetti positivi sul versante dell’ammorbidimento delle regole contenute nello Statuto dei Lavoratori del 1970.

In sostanza, il Jobs Act darebbe i suoi frutti con la ripresa dell’economia, che ancora è solo agli inizi. Dal momento in cui la produzione tornasse a salire solidamente e stabilmente, le imprese avrebbero gli impulsi giusti per tornare ad assumere e, a differenza del recente passato, lo farebbero con contratti a tempo indeterminato.

 

 

 

 

Flessibilità necessaria per il lavoro

Purtroppo, la china presa con il referendum costituzionale, colpevolmente personalizzato dall’ex premier, rischia di travolgere anche quel che di buono ha compiuto il governo Renzi in quasi 22 mesi in carica.

La riforma del lavoro è certamente perfettibile e la flessibilità da essa apportata alle norme in materia resta scarsa, ma parliamo pur sempre di un passo in avanti e nelle giusta direzione, ovvero quella di consentire a più persone di lavorare e con contratti stabili.

Qualora il referendum fosse celebrato, si raggiungesse il quorum e la riforma fosse bocciata, le porte di Palazzo Chigi per Renzi potrebbero restare chiuse per sempre. Difficile per lui risalire la china di due sconfitte popolari in pochi mesi. Per questo, la scommessa politica sarà altissima sul tema e le opposizioni potrebbero ricompattarsi per lanciare un segnale di sfiducia degli elettori al PD e al suo segretario. Peccato, che almeno in questo caso appaia abbastanza difficile immaginare che la bocciatura del Jobs Act coincida con l’interesse dell’Italia. Anzi, il segnale sarebbe devastante per la miriade di piccole e medie imprese italiane e per gli investitori stranieri. (Leggi anche: Italia più competitiva grazie al Jobs Act)

 

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