Referendum indipendenza Catalogna, le 3 lezioni impartite dalla crisi spagnola

Il referendum sull'indipendenza della Catalogna e il caos politico che ne è seguito ci hanno insegnato essenzialmente tre cose. Ecco quali.

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Il referendum sull'indipendenza della Catalogna e il caos politico che ne è seguito ci hanno insegnato essenzialmente tre cose. Ecco quali.

Poche ore e sapremo cosa dirà il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, alla seduta del consiglio regionale, convocato per oggi per discutere l’esito del referendum sull’indipendenza di due domeniche fa. La riunione avrebbe dovuto tenersi ieri, ma la Corte Costituzionale di Madrid l’ha vietata. L’ordine del giorno è stato così spostato di un giorno e secondo le indiscrezioni, il governatore secessionista dovrebbe proclamare non una vera e propria indipendenza dalla Spagna, bensì un percorso graduale di distacco dal resto del paese.

Un modo per non perdere la faccia dinnanzi ai 2 milioni di catalani che hanno seguito il suo appello indipendentista, ma anche per non chiudere le porte al negoziato con il governo Rajoy, forte del sostegno di quasi tutti gli schieramenti politici nazionali (esclusa Podemos), della UE e di Re Felipe, oltre che di alleati come gli USA e la Francia, i cui presidenti Donald Trump ed Emmanuel Macron si sono spesi espressamente in favore dell’unità nazionale spagnola. (Leggi anche: Catalogna indipendente? Barcellona frena e la piazza chiede buon senso)

I sogni di secessione di Puigdemont, a dire il vero, si sono spenti più per ragioni extra-politiche. Negli ultimi giorni, tutti i manager delle grandi società e delle banche catalane hanno minacciato senza se e senza ma di spostare la sede legale in un’altra regione, nel caso in cui venisse proclamata unilateralmente l’indipendenza. Non si tratta di schierarsi politicamente in favore dell’ardimento nazionale, bensì di tutelare interessi più che concreti. La Catalogna è una regione ricca, con un pil pro-capite superiore a un terzo rispetto al resto della Spagna e contribuendo al gettito fiscale nazionale per oltre un quinto, nonostante rappresenti il 16% della popolazione complessiva. Tuttavia, parte di questo benessere è legato proprio alla sua appartenenza a un contesto economico più ampio, ovvero alla Spagna in prima battuta e alla UE in seconda.

Non solo benefici per una Catalogna indipendente

E Bruxelles ha chiarito che se la Catalogna si rendesse unilateralmente indipendente dalla Spagna, uscirebbe anche dalla UE, ovvero perderebbe l’accesso al mercato unico da mezzo miliardo di consumatori.

Addio ai due terzi delle esportazioni regionali, che corrispondono a un quarto di quelle spagnole totali, addio agli acquisti di bond da parte della BCE con il suo “quantitative easing”, mentre Barcellona, che gode di un rating “spazzatuara”, dovrebbe rifinanziare il suo debito in scadenza con l’emissione di titoli propri ad alto rendimento, ad erosione dei suoi conti pubblici e di parte di quell’avanzo fiscale osteggiato nello scontro duro con Madrid. (Leggi anche: Come l’Europa ha spento i sogni di secessione della Catalogna)

E questa è stata la prima lezione impartita dal referendum catalano a tutti i sedicenti movimenti indipendentisti d’Europa: la secessione può anche avere a volte ragioni valide per aspirarvi, ma prima di costruire castelli in aria, sarebbe necessario preoccuparsi di una seria analisi benefici-costi, partendo dalla consapevolezza che quando si muta il quadro istituzionale di riferimento, non si può pretendere di mantenere lo status quo sul piano economico e finanziario. I catalani non possono illudersi di ottenere solo benefici dalla secessione, perché la ricchezza è mobile e i capitali detestano l’incertezza.

Regioni ricche e l’Europa

Seconda lezione non meno importante funge da monito verso gli stati nazionali: le regioni ricche non possono essere considerate un bancomat per finanziare la spesa pubblica in favore di aree più deboli. O almeno, non si può pensare che questo processo di redistribuzione duri in eterno, perché come dimostra anche il caso Nord-Sud in Italia, si arriva a un punto, in cui i ceti e le aree più produttivi di uno stato si rivoltano contro chi sottrae loro risorse. Il fenomeno della Lega Nord degli ultimi 30 anni segnala proprio questo. L’incapacità dei governi nazionali di dare ascolto alle esigenze dei territori porta all’esasperazione dei toni e dei programmi, per cui servirebbe tendere a una maggiore autonomia fiscale, pur in presenza di meccanismi di solidarietà tra regioni, per evitare che le fratture economiche tra aree alimentino spinte secessioniste.

(Leggi anche: I ricchi si sono stancati di mantenere i poveri)

Terza lezione: l’Europa. Tutti ne parliamo male, eppure serve. Il Regno Unito sta per uscire dalla UE, sebbene al contempo ambisca a restare parte del mercato unico, in modo da continuare a commerciare con i restanti 27 stati senza dazi e senza barriere non tariffarie. La stessa Catalogna aspira a un’indipendenza dalla Spagna, restando nella UE. Il motivo è semplice: solo così, avrebbe il modo di minimizzare i costi della secessione, mantenendo la stessa moneta, continuando a godere di relazioni commerciali intatte con il resto del mercato unico e degli stessi accordi commerciali con il resto del mondo. L’indipendenza così equivarrebbe a un semplice trasferimento di poteri da Madrid a Barcellona, ovvero ad appropriarsi di un maggiore gettito fiscale, senza subire quasi alcuna conseguenza negativa sul piano economico-finanziario.

 

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