Referendum euro possibile in Italia? Ecco perché l’Italia rischia in altro modo

Referendum sull'euro in Italia? Il Movimento 5 Stelle lo richiede, ma non sarebbe il voto a mettere a rischio la nostra permanenza nell'Eurozona. Vediamo perché.

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Referendum sull'euro in Italia? Il Movimento 5 Stelle lo richiede, ma non sarebbe il voto a mettere a rischio la nostra permanenza nell'Eurozona. Vediamo perché.

L’implosione delle banche italiane starebbe accelerando la crisi del governo Renzi, già uscito molto indebolito dalla sconfitta subita alle recenti elezioni amministrative, ma anche per una ripresa fragile, che non si sta traducendo né in un balzo della produzione industriale, né tanto meno in un calo significativo del numero dei disoccupati. Viceversa, la bassa crescita e l’inflazione nulla stanno accrescendo il peso del nostro debito pubblico, dopo che Roma ha esaurito tutte le dosi di flessibilità fiscale concesse dalla Commissione europea.

I sondaggi segnalano da mesi la netta avanzata del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, già primo partito alle elezioni politiche del 2013, ma nelle ultime settimane sarebbe sorpasso ai danni del PD. Se oggi si andasse a votare, si avrebbero tre blocchi elettorali sostanzialmente equivalenti in termini di voti, ma per effetto dell’Italicum, la nuova legge elettorale voluta dal premier Matteo Renzi, a vincere al secondo turno sarebbe nettamente l’M5S.

M5S chiede referendum euro

Le cancellerie e gli analisti stranieri iniziano seriamente a fare i conti con lo scenario dell’arrivo al governo dei grillini, specie se Renzi perderà la scommessa sul referendum costituzionale di ottobre, come parrebbe sempre dai sondaggi. L’appuntamento è considerato importante al pari di quello sulla Brexit di giugno, perché mette a rischio la permanenza dell’Italia nell’Eurozona.

Perché? Ufficialmente, il Movimento 5 Stelle si batte per indire un referendum sul restare o meno nell’euro. Se in preda sia all’euro-scetticismo sempre più forte in tutto il Vecchio Continente (nel 2017 si vota in Francia, Olanda e Germania, forse anche in Italia), sia alla mancata ripresa dell’economia, gli italiani votassero a maggioranza per tornare alla lira, sarebbe la fine della moneta unica e persino della UE.

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Referendum euro formalmente non possibile

Formalmente, un referendum sull’euro non sarebbe possibile tenerlo nel nostro paese, perché l’art.75 della Costituzione recita chiaramente al secondo comma che “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali“.

Tuttavia, la consultazione potrebbe avere valore consultivo, così come il referendum sulla Brexit del mese scorso. Il suo valore politico non sarebbe certamente inferiore. Ma chiediamoci: è realmente probabile che sia indetto un referendum sull’euro?

Quante probabilità reali che si tenga?

Di recente, il leader nascente dell’M5S, Luigi Di Maio, ha ammorbidito i toni contro la UE, spingendo il movimento su posizioni più conciliabili con l’Europa, concentrando gli attacchi contro il governo Renzi. La voglia di accreditamento presso le cancellerie europee dovrebbe portare a più miti consigli. Considerando che all’infuori dell’M5S, nessun altro partito sta realmente conducendo una battaglia per portare l’Italia fuori dall’euro (la Lega Nord ha abbandonato di fatto il tema da circa un anno), le probabilità che si celebri un simile voto sono da considerarsi basse, anche nel caso in cui ci ritrovassimo nei prossimi mesi o anni dinnanzi a un governo pentastellato. E potete anche scommetterci che la legge elettorale sarà ancora una volta cambiata per impedire che i grillini vadano al governo, specie da soli.

Che il referendum non vi sarà, con ogni probabilità, non implica che la permanenza dell’Italia nell’euro sia certa anche in futuro. La copertina di oggi dell’Economist parla chiaro: “se anche gli italiani perdono la fiducia nell’euro”, salta tutto.

 

 

 

Crisi banche italiane rischio immediato

Più che questione di fiducia, sarà di interessi. La crisi delle banche sta mettendo a nudo il bivio che l’Italia avrà sempre di più davanti a sé: uniformarsi alle regole europee (giuste o sbagliate che siano, stiamo ragionando solo in termini di convenienza e non di bontà), al costo di assistere a un tracollo di settori vitali della propria economia, oppure gettare il cuore oltre l’ostacolo, tornare alla lira, ma rientrare in pieno possesso della sovranità decisionale.

Nessuno (e dicasi nessuno, nemmeno i finti euro-scettici) vorrebbe oggi davvero lasciare l’euro, che ci consente, in ogni caso, di gestire al meglio un debito pubblico al 133% del pil. Tornando alla lira, gli interessi esploderebbero, la crisi fiscale si aggraverebbe e il governo di Roma sarebbe costretto a una cura di austerità più dura, non più morbida, dovendo tagliare la spesa pubblica (pensioni, scuola, sanità, stipendi pubblici, altri servizi e investimenti) e/o aumentare le tasse.

Il dilemma della Germania

Tuttavia, semmai arrivasse un giorno la scelta di uscire dalla moneta unica, questa sarebbe subita per l’impossibilità di fare altrimenti. La Germania non può permettersi di far salvare all’Italia le sue banche con soldi pubblici, perché con il QE in corso della BCE, ciò significherebbe mutualizzarne i rischi, ossia far ricadere le possibili perdite potenzialmente anche a carico dei contribuenti tedeschi, che non gradiscono simili misure.

Se le banche italiane, però, fossero lasciate al loro destino, scatenerebbero la tempesta perfetta per un altro attacco all’euro sui mercati, stavolta forse fatale. E allora, che fare? Accettare di scontentare i contribuenti-elettori tedeschi, pur di salvare l’euro, oppure tenere duro sul rispetto delle regole, ma mettere in forse l’integrità e persino la sopravvivenza della moneta unica?

 

 

 

Chi si assume la responsabilità di sparare il colpo fatale?

Si direbbe che la prima soluzione sarebbe la più accettabile, se si credesse nel fine superiore dell’euro. Chi opta per essa, però, evidentemente trascura il rischio che siano proprio le forze euro-scettiche crescenti del Nord Europa a porre fine all’Eurozona. Se i governi di Germania, Olanda, Finlandia e Austria non fossero più in grado di trattenere il malcontento di quella componente dell’elettorato ostile ai salvataggi pubblici ai loro danni, l’euro salterebbe lo stesso. Semmai, cambierebbe la regia dell’assassinio della moneta unica: non più i grillini italiani, bensì gli euro-scettici tedeschi.

Tra l’assumersi la responsabilità storica diretta di avere mandato alle ortiche un progetto così importante come quello della costruzione europea e l’addossare la colpa all’inettitudine di un qualche partner del Sud, potete stare certi che la Germania opterà per quest’ultima opzione.

Per concludere, se non si trovasse in queste settimane una soluzione politicamente accettabile per entrambe le parti negoziali sulla risoluzione della crisi bancaria italiana, non sarebbe l’avanzata presunta dei grillini a mettere a rischio la nostra permanenza nell’euro, bensì i fatti.

 

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