Referendum e crescita economica, quale legame e perché l’Europa trema

Quale legame tra referendum costituzionale ed economia? E come mai tutta Europa tifa per il governo Renzi?

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Quale legame tra referendum costituzionale ed economia? E come mai tutta Europa tifa per il governo Renzi?

Dopo il via libera della Corte di Cassazione alla richiesta di referendum sulla riforma costituzionale, si tratta solo di fissare la data per celebrare il voto. Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi, il premier Matteo Renzi avrebbe in mente la fine di novembre, contrariamente a quanto era emerso nei mesi scorsi, quando si era parlato di ottobre, addirittura, della prima domenica utile.

Come mai un simile rinvio di almeno 45 giorni, rispetto alle attese?

Ieri è stato lo stesso premier a cercare di smorzare le polemiche sul caso, sostenendo che nessun italiano in spiaggia si starebbe strappando i capelli sulla data del referendum. Senz’altro vero, ma è, infatti, proprio nel governo che c’è panico sull’appuntamento.

Sondaggi referendum allarmanti

All’inizio dell’anno, quando le riforme istituzionali sembravano godere dei venti favorevoli dei consensi, Renzi aveva promesso di lasciare l’incarico di capo del governo e di ritirarsi dalla vita pubblica, nel caso avesse perso il referendum. Ora che i sondaggi segnalano che esiste un buon 50% di probabilità di una sconfitta, c’è nervosismo dentro e fuori Palazzo Chigi, che per cercare di prevalere nella consultazione spera in un effetto rimbalzo nei consensi, grazie a una manovra di bilancio, che sarà presentata entro la metà di ottobre e che potrebbe contenere novità “popolari”, come il taglio dell’Irpef e l’uscita anticipata dal lavoro per gli over 60.

Le preoccupazioni maggiori, a dire il vero, si respirano non in Italia, ma nel resto d’Europa. Dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative di giugno, Bruxelles ha preso coscienza che l’eventuale caduta del governo Renzi sarebbe seguita dalla vittoria alle elezioni anticipate degli euro-scettici del Movimento 5 Stelle. Per questo, vorrebbe evitare il più possibile che si materializzi in autunno lo spettro di una crisi dell’esecutivo.

 

 

 

Governo tecnico dopo Renzi?

Il piano B degli eurocrati si chiama “governo tecnico”. L’attuale ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, potrebbe guidarlo, godendo del sostegno proprio della UE, ma il timore è che non si creino le condizioni politiche per un simile scenario (Renzi resterebbe segretario del PD) e che a Palazzo Chigi arrivi quanto prima un qualche premier meno euro-entusiasta.

Per questi è partita una campagna internazionale a sostegno del referendum, finalizzata a far vincere la scommessa al governo italiano, allontanando una sua crisi. Da qui, il legame ostentato dai media nazionali e internazionali tra vittoria dei “sì” e crescita economica. Qualcuno si chiederà: “ma che ci azzecca?”.

Rischio euro-scetticismo

Apparentemente, nulla. Già nel 2006, una riforma costituzionale, quella del centro-destra, fu bocciata alle urne e le conseguenze furono inesistenti sull’economia. Nel 2001, una timida riforma era stata votata dal centro-sinistra ed approvata dagli italiani e nemmeno in quel caso si è riscontrato un qualche impatto sull’economia.

Stavolta, però, si sostiene che sia diverso: se Renzi perde, addio riforme, economiche comprese. Il vento euro-scettico soffierebbe forte anche a Roma, i rapporti con Bruxelles, già tesi su diversi temi (flessibilità fiscale, banche, immigrazione, etc.), si deteriorerebbero ulteriormente. Per l’Eurozona non sarebbe più possibile arginare il collasso – si teme – perché una cosa è negoziare il bail-out con la Grecia, un’altra è arrivare ai ferri corti con la terza economia dell’area, tra i sei fondatori della CEE, la madre dell’attuale UE.

 

 

 

Crisi Italia minaccia euro

Un’eventuale crisi di fiducia sul futuro politico dell’Italia e sulla sua visione sull’euro potrebbe tenere gli investitori alla larga dal nostro paese, rallentando la già fragile ripresa del pil. Gli effetti sul resto d’Europa sarebbero dirompenti, visto che entrerebbe probabilmente in crisi l’intera unione monetaria, tra sfiducia dei mercati e avanzata degli euro-scettici in alcuni paesi-chiave (nel 2017 si vota in Francia, Olanda e Germania, tra due mesi sarà ripetuto il ballottaggio delle presidenziali in Austria).

Il filo che unisce referendum e prospettive economiche in Italia starebbe tutto qua. Per il resto, in caso di sconfitta, Renzi avrebbe buon gioco nell’addebitare un’eventuale stagnazione o persino una nuova recessione al fallimento delle sue riforme, visto che il rallentamento della crescita è in atto da mesi nel nostro paese.

UE non vede alternative migliori a Renzi

La UE non tifa Renzi perché le sta molto a genio (lo abbiamo visto con le dure esternazioni del presidente della Commissione europea , Jean-Claude Juncker, a inizio anno), quanto perché dal suo punto di vista non esisterebbe un’offerta politica alternativa migliore. Il centro-destra dondola tra posizioni euro-tiepide a prettamente euro-scettiche, mentre il Movimento 5 Stelle vorrebbe indire un referendum sull’euro.

Saranno esagerazioni, ma la stampa estera vede nel voto italiano di questo autunno un evento dalle potenzialità negative per la UE superiori a quelle della stessa Brexit. Ci aspettano 2-3 mesi di incertezza in borsa e di crescendo emotivo sul piano politico, quasi si trattasse di un fatto epocale. In verità, a ottobre o novembre, l’Italia sarà chiamata per molti a votare indirettamente sull’Europa. Teniamoci forti, l’Italia in crisi bancaria potrebbe tornare a minacciare l’esistenza dell’euro per la seconda volta in un lustro.

 

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