Referendum costituzionale: se vince Renzi, quali conseguenze per l’economia?

Se al referendum costituzionale vincerà il "sì" potrebbe accadere l'esatto contrario di quanto auspicato dai portatori di interessi economici, ovvero la difesa dello status quo. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Se al referendum costituzionale vincerà il

Tiene banco il dibattito sul referendum costituzionale, a meno di due mesi dalla data del 4 dicembre in cui verrà celebrato. Se ieri l’ex segretario del PD, Pierluigi Bersani, ha reso dichiarazione formale per votare “no”, i cosiddetti “portatori di interessi” in Italia appaiono tutti auspicare una vittoria del “sì”. La lista degli endorsement in favore delle riforme di Matteo Renzi si sta allungando, con anche il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, a fare appello per approvare un cambiamento delle regole del gioco, essendo in ballo l’interesse nazionale. Dichiarazioni in linea con quelle del numero uno di Confindustria, Vincenzo Boccia, che auspica una mobilitazione delle imprese in favore del “sì”.

Aldilà del merito del referendum, cerchiamo di capire meglio cosa potrebbe accadere con un’eventuale vittoria del “sì”. I sondaggi danno ancora avanti il “no”, ma le distanze sono minime e suscettibili, quindi, di essere colmate nelle prossime otto settimane. L’economia italiana come potrebbe risentirne nel medio-lungo termine? (Leggi anche: Referendum costituzionale, Financial Times contro Renzi)

Vittoria sì al referendum, cosa accade a economia italiana

Gli analisti di ogni fede politica si stanno concentrando sulle ripercussioni di breve termine del voto, sostenendo, a seconda delle opinioni, che un esito sfavorevole a Renzi potrebbe innescare una crisi politico-istituzionale prima e finanziaria-economico dopo. I mercati terrebbero i capitali fuori dalla porta del nostro paese, intravedendo la fine del percorso riformista degli ultimi anni e una potenziale vittoria degli euro-scettici del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni.

Abbiamo già scritto in più occasioni, che comunque vada a finire questa partita, la legge elettorale attualmente in vigore, nota come Italicum, sarebbe riscritta in favore di un’impostazione proporzionale, tale da impedire ai grillini di ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento con solo un quarto/un terzo dei consensi. (Leggi anche: Governissimo dopo referendum per cambiare l’Italicum)

 

 

 

PD resterebbe senza opposizione reale

Ora, il vero punto su cui si indaga poco è cosa accadrebbe negli anni con una vittoria del “sì”. Immaginiamo che accada. Il governo Renzi ne uscirebbe molto rafforzato, mentre a fare le spese della sconfitta sarebbe non tanto il Movimento 5 Stelle, visto ancora come alternativa al PD, bensì il centro-destra, che potrebbe praticamente sfarinarsi sotto il peso dell’inconsistenza esibita alle urne e delle recriminazioni reciproche tra i vari leader.

Il PD si scontrerebbe di fatto solo con l’M5S alle prossime elezioni e per effetto di una legge elettorale diversa da quella ultra-maggioritaria dell’Italicum, non vincerebbe forse, ma riuscirebbe ugualmente a mettere insieme una nuova maggioranza, attingendo tra i deputati del centro-destra, mentre il Senato sarebbe sostanzialmente nominato dai partiti, ovvero controllabile. (Leggi anche: Referendum costituzionale: Berlusconi e Prodi, ritorno al presente)

Ci sarebbe un bis degli anni Ottanta?

Si aprirebbe, quindi, una fase consociativa sul piano politico, caratterizzata da un’assenza reale di alternativa (l’M5S sarebbe il nuovo PCI, destinato a raccogliere lo scontento popolare, ma a non vincere mai), che come si è dimostrato nella storia non lontana del nostro paese, si traduce nel tempo in inefficienza di governo, aumento del debito pubblico e scarsa crescita. Insomma, una riedizione del pentapartito degli anni Ottanta, quando il consociativismo tra democristiani e socialisti fece schizzare il nostro debito pubblico e sostenne la crescita solo nel breve termine, a discapito del lungo periodo. (Leggi anche: Debito pubblico in calo dal 2017 per Padoan)

Il PD di marca renziana governerebbe con un pezzo di centro-destra non realmente alternativo ad esso e non è difficile da immaginare cosa accadrebbe sul piano nazionale e locale. Dinnanzi alla UE, l’esecutivo si mostrerebbe abbastanza granitico nel richiedere concessioni di dosi sempre maggiori di flessibilità fiscale; il nostro debito pubblico salirebbe senza sosta e non vi sarebbe alcuna ragione di creare scontento tra l’elettorato con riforme impopolari. L’assenza di concorrenza elettorale si tradurrebbe in buona sostanza in paralisi, nella difesa dello status quo.

 

 

 

Sarebbe paralisi

Senza nemmeno tornare troppo indietro nel tempo, lo abbiamo visto anche nell’era rampante del berlusconismo: la mancanza di un’opposizione credibile spinse il Cavaliere e il suo entourage a convincersi che non sarebbe stato necessario fare alcunché di immediatamente impopolare, per quanto efficace sul piano economico nel medio-lungo periodo. E l’Italia ristagnò, come prima, come dopo. (Leggi anche: Agenda riforme al capolinea)

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Governo Renzi, Matteo Renzi

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