Referendum costituzionale e paradossi: perché Renzi punta sulle pensioni

In attesa del referendum costituzionale, il governo Renzi punta ad aumentare le pensioni minime. Ecco perché sono i pensionati il terreno di conquista dei consensi.

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In attesa del referendum costituzionale, il governo Renzi punta ad aumentare le pensioni minime. Ecco perché sono i pensionati il terreno di conquista dei consensi.

In attesa di conoscere la data del referendum costituzionale – ed è già discutibile che la si ignori a poche settimane dall’appuntamento – sappiamo per certo che la prima sigla sindacale italiana, la Cgil, inviterà i suoi iscritti a votare “no”. Il secondo sindacato più grande, invece, la Cisl, non si pronuncia, mentre la Uil fornirà più in avanti le sue raccomandazioni.

La decisione del sindacato di Susanna Camusso di sganciarsi ufficialmente dal PD non è cosa che va sottovalutata. Va bene che i democratici sotto il governo Renzi avrebbero subito una mutazione genetica, rendendoli irriconoscibili agli occhi dell’elettorato storico della sinistra italiana, ma che la Cgil inviti i suoi 5 milioni di tesserati a votare contro il referendum, che segnerà le sorti del futuro proprio del PD, appare già qualcosa di estremamente interessante.

Di fatto, la consultazione sta vedendo il PD dividersi tra l’ala centrista e riformista e quella di sinistra, più legata al sistema politico, istituzionale ed economico dei decenni passati, ostile alle riforme di stampo liberale, che il premier Matteo Renzi sollecita per cambiare l’Italia.

Aumento pensioni minime per avere consensi

Tuttavia, il popolo della sinistra potrebbe risultare determinante per affossare le speranze di Renzi di restare a Palazzo Chigi, almeno in una posizione di forza. Considerando che in favore del “sì” è schierato solo metà del PD, gli servirà un appoggio ben più consistente di quello assicuratogli dalla grande stampa e da Confindustria.

Ecco, quindi, che spunta il capitolo delle pensioni, il quale vale molto di più, in termini elettorali, rispetto al ventilato taglio dell’Ires. Il governo avrebbe varie soluzioni in mente per rafforzare il potere d’acquisto dei pensionati più a basso reddito. Si va dall’aumento delle pensioni minime all’ampliamento della platea di coloro a cui sarà erogata la quattordicesima mensilità, passando per un innalzamento della “no tax area” agli oltre 8.000 euro lordi all’anno, stessa soglia prevista ad oggi per i lavoratori dipendenti. Infine, sarebbe resa flessibile l’uscita dal lavoro per chi abbia almeno raggiunto i 63 anni di età.

 

 

 

Scontro tra sindacati e governo su referendum

Che si tratti di una strategia pre-elettorale appare chiaro. Renzi punta a portare al voto quanti oggi non sarebbero interessati, quell’ampia area di indecisi e potenziali astenuti, che per recarsi ai seggi hanno bisogno di una motivazione spicciola, ma quanto mai pratica.

E i pensionati a basso reddito non solo sono numerosi, ma appartengono alla stessa area, a cui si rivolgono i sindacati, i quali tra inviti al “no” e atteggiamento “freddo”, segnalano di volere affossare le riforme istituzionali renziane. Andando incontro ai pensionati, Renzi punta a combattere i sindacati sul loro stesso terreno, visto che la gran parte degli iscritti sono, appunto, ex lavoratori in pensione.

Il paradosso di questa strategia è che non terrebbe conto di un dato: non sarebbero gli elettori di sinistra i veri indecisi di questa consultazione, bensì quelli di destra, come suggerisce questo sondaggio (leggi qui: https://www.investireoggi.it/attualita/sondaggi-politici-elettorali-referendum-dati-scorporati-elettori-m5s-sinistra-destra-sorprese/). Verissimo che il centro-destra sia ancora forte tra i pensionati, ma certo sarebbe altro l’elettorato eventualmente da corteggiare, se i risultati di questa rilevazione fossero reali, ovvero quell’ampio popolo delle partite IVA.

 

Mercati tifano per “sì”, ma esito sarebbe poco piacevole

C’è un altro paradosso in questa vicenda tutta italiana del referendum-plebiscito. I mercati tifano spudoratamente per il “sì”, temendo le conseguenze di una vittoria del “no”, specialmente il possibile arrivo al potere del Movimento 5 Stelle, le cui istanze appaiono euro-scettiche. Ciò significa, che se effettivamente vincerà il “sì”, a Piazza Affari sarà festa; per qualche giorno, poi, arriverà il dietrofront.

Già, perché se tutte le riforme di Renzi passassero così come sono, inclusa la legge elettorale, sulla quale pende, però, la spada di Damocle della Consulta, si creerebbero le condizioni ottimali, per le quali a vincere sarebbe proprio il Movimento 5 Stelle, tanto temuto dagli investitori.

Ai grillini basterebbe accedere al ballottaggio nazionale per ottenere con ogni probabilità il premio di maggioranza e conquistare così il 55% dei seggi alla Camera.

Grazie al rafforzamento del potere esecutivo rispetto a quello legislativo del Parlamento, potrebbero persino trovarsi la strada spianata per governare con maggiore facilità. I mercati inizierebbero a scontare questo scenario, una volta che Renzi vincesse il referendum. Insomma, finita la festa, qualcuno presenterà loro il conto e non sarà leggero.

 

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