Referendum costituzionale, le vere ragioni del “sì” di Confindustria

Il "sì" di Confindustria al referendum costituzionale potrebbe nascondere ragioni ben diverse da quelle dichiarate. Ecco quali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il

Il direttivo di Confindustria ha approvato all’unanimità il sostegno già annunciato del presidente Vincenzo Boccia al referendum costituzionale, quello che sarà indetto probabilmente ad ottobre sulle riforme istituzionali volute dal governo Renzi. Secondo quanto spiegato da Viale dell’Astronomia, sarebbe un “sì” doveroso quello degli industriali italiani, in quanto una vittoria dei “no” spingerebbe il paese nel caos politico e l’impatto sul pil sarebbe terribile, stimabile (sempre secondo Confindustria) in un -4% cumulato nel triennio 2017-2019, tanto arretrerebbe la produzione per via della minore fiducia delle imprese verso il sistema-Paese.

Numeri, che lasciano il tempo che trovano. Un’ottimistica Confindustria stimava alla fine dello scorso anno in un +1,4% la crescita del pil per quest’anno, salvo rivederla a un magro +0,8% la scorsa settimana. E la Brexit c’entra quasi nulla, impattando verosimilmente solo per lo 0,1%, secondo l’ufficio studi. Poiché già si stima che l’anno prossimo cresceremo di appena lo 0,6%, un’eventuale vittoria dei “no” potrebbe provocare una nuova recessione, spiega l’organizzazione degli industriali.

Ma siamo sicuri che a preoccupare Boccia e il suo direttivo sia il destino dell’economia italiana e che le stime siano realmente così attendibili? Il dubbio sorge, ascoltando tra le altre, proprio le parole del presidente di oggi, quando ha rinnovato al governo l’invito a confermare il taglio dell’Ires.

Taglio Ires in dubbio

Spieghiamo meglio. Già con la legge di stabilità 2016 era stato previsto un abbassamento delle aliquote Ires (imposta sui redditi delle società) dal 27,5% al 24%, ma a partire dal 2018. A tale capitolo erano stati destinati 3 miliardi di euro. Tuttavia, nelle ultime settimane ha preso corpo l’ipotesi di anticipare all’anno prossimo il taglio dell’Ires, ma c’è anche chi nel governo ipotizza di concentrare questi 3 miliardi al taglio dell’Irpef, ovvero delle imposte sui redditi delle persone fisiche.

A quest’ultimo capitolo sarebbero destinati tra i 3 e i 5 miliardi, da utilizzare per sfoltire le aliquote medie, quelle del 27% e del 38%, che gravano rispettivamente sui redditi compresi tra i 15.000 e i 28.000 euro e tra i 28.000 e i 55.000 euro. Non è nemmeno esclusa una riduzione degli scaglioni da 5 a 4, ma l’operazione costerebbe 9 miliardi.

 

 

Rischio elevato per Boccia

Dunque, Confindustria fiuta da tempo il rischio sia che l’anticipo del taglio dell’Ires sia accantonato e, peggio, che le risorse stanziate allo scopo siano utilizzate per fare pagare meno tasse ai contribuenti Irpef. Quest’ultima soluzione avrebbe un senso in un anno pre-elettorale, dato che in moltissimi prevedono che si torni alle urne l’anno prossimo. Anziché tagliare le tasse a poche imprese, meglio sarebbe (elettoralmente parlando) sgravare milioni di famiglie.

Ecco, allora, che Boccia starebbe cercando di barattare un taglio dell’Ires con il sostegno del mondo industriale al referendum costituzionale. Ciò mobiliterebbe anche una campagna di stampa più massiccia in favore del “sì”, tramite grandi quotidiani come Il Sole 24 Ore, organo d’informazione proprio di Confindustria, nonché del Corriere della Sera, controllato dal gotha finanziario-industriale del Belpaese.

Il rischio per il poco carismatico Boccia è, però, elevato: se il governo Renzi non riuscisse a fare invertire la tendenza ai sondaggi e perdesse davvero alle urne, Confindustria sarebbe la grande sconfitta non politica. Un danno per l’immagine degli industriali e per la persona proprio di Boccia, che avrebbe perso su un evento importante sin dal suo esordio. Per non parlare del fatto che un prossimo governo derenzizzato si ricorderebbe benissimo della presa di posizione di Viale dell’Astronomia.

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Governo Renzi