Referendum Brexit: sondaggi a un mese dal voto, euro-scettici confusi

Referendum Brexit, i sondaggi sembrano indicare un trend chiaro. La verità è che nessuno voterà per l'Europa, ma le ragioni degli euro-scettici sono deboli e confuse.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Referendum Brexit, i sondaggi sembrano indicare un trend chiaro. La verità è che nessuno voterà per l'Europa, ma le ragioni degli euro-scettici sono deboli e confuse.

Sondaggi apparentemente chiari sul referendum per la Brexit Si terrà tra un mese esatto il referendum nel Regno Unito per fare decidere ai sudditi di Sua Maestà se intendano restare nella Unione Europea o lasciare le istituzioni comunitarie (Brexit”) a 40 anni dall’ingresso. Il voto segnerà uno spartiacque non solo per Londra, ma anche per il resto d’Europa, perché indipendentemente da come andrà a finire, sarà stato sancito il principio che la UE non sarebbe un processo d’integrazione irreversibile, ma soggetto a un rapporto negoziale tra i singoli stati e Bruxelles.

Sondaggi Brexit, il punto a un mese dal voto

I sondaggi di questi ultimi giorni assegnano con sempre maggiore nettezza la vittoria ai “Remain”, ovvero ai fautori della permanenza nella UE, i quali staccherebbero i “Leave” di almeno una decina di punti percentuali. Ma le rilevazioni dei diversi istituti non starebbero fornendo un quadro chiaro, univoco, facendo emergere paradossalmente una crescita dei pro-Brexit tra i ceti produttivi. Secondo Bloomberg, comunque, la prevalenza degli euro-scettici sarebbe oggi nell’ordine del 19% delle probabilità.

Gli schieramenti in campo

Meno della metà degli imprenditori e dei lavoratori autonomi, inoltre, si sarebbe informata sugli effetti che un addio all’Europa avrebbe sull’economia britannica, il ché appare anomalo, dato che sono proprio sul piano economico che si temono i principali effetti negativi di un’eventuale Brexit. Schierati nettamente per restare uniti in matrimonio con Bruxelles sono il governo Cameron, metà del Partito Conservatore, gli indipendentisti scozzesi e metà del Partito Laburista, oltre che ciò che rimane dei Liberaldemocratici. Nettamente per il divorzio si stanno spendendo gli euro-scettici dell’Ukip, i conservatori che fanno capo all’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, nonché parte dei laburisti. Lo stesso segretario di questi ultimi, Jeremy Corbyn, non pare abbia una posizione chiarissima sul tema, anche se si è espresso contro la Brexit.      

Costi Brexit, governo lancia allarme

Gli schieramenti in campo sono, quindi, trasversali, ma appare scontato che nel caso di una vittoria della “Brexit”, il primo a rischiare il posto sarebbe il premier David Cameron, che più di tutti ha voluto il referendum, dopo avere rinegoziato con la UE lo status per la permanenza del Regno Unito nelle istituzioni comunitarie, strappando rilevanti concessioni e battendosi adesso per restare. Stando a quanto è accaduto alle elezioni amministrative di inizio maggio, non possiamo affermare che ci sarebbe un vento favorevole al divorzio con la UE, dato che le forze euro-scettiche non hanno esitato risultati significativi. Al contrario, i conservatori fedeli a Downing Street hanno avanzato e i laburisti hanno nel loro complesso arretrato, segnalando un tendenziale rafforzamento del governo per la prima volta dal 1985 a una votazione locale. Il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, braccio destro del premier, sta facendo attivamente campagna contro la Brexit con la pubblicazione di studi del suo ministero, i cui risultati indicherebbero conseguenze molto negative per i britannici. Lo scorso mese, il Tesoro aveva trovato che l’uscita dalla UE farebbe crescere il paese del 6% in meno entro il 2030 e ridurrebbe i redditi delle famiglie di 4.300 sterline in media all’anno (circa 7.000 euro).      

Economia britannica colpita da Brexit?

Adesso, nuove stime sono state divulgate, simulando due scenari. Nel primo, in seguito a un voto per la Brexit, la crescita del pil sarebbe del 3,6% in meno nel primo biennio, la sterlina scivolerebbe del 12%, si perderebbero 520.000 posti di lavoro, i salari scenderebbero mediamente del 2,8% e i prezzi delle case del 10%. Stando a un secondo scenario, che ipotizza una vera e propria uscita dalla UE, i posti di lavoro distrutti sarebbero 820.000, il pil sarebbe del 6% in meno, la sterlina crollerebbe del 15%, i prezzi delle case del 18% e i salari del 4%. Tutto questo, sempre nel primo biennio.

Cifre vere o gonfiate?

I fautori della Brexit ritengono che queste cifre siano state volutamente gonfiate e rese drammatiche per creare una sorta di terrorismo mediatico, attraverso il quale influenzare i britannici al voto. L’ex ministro delle Pensioni, il conservatore Iain Duncan Smith, ha replicato ad Osborne che diversi studi metterebbero in evidenza come nel caso di un divorzio da Bruxelles, il Regno Unito sarebbe in grado di creare qualche milione di posti di lavoro per il venir meno dell’ingombrante regolamentazione europea. E qui veniamo al vero fattore di debolezza dei pro-Brexit. Essi non hanno una visione in comune sulle ragioni necessarie per divorziare dal resto d’Europa. L’Ukip di Nigel Farage punta sull’immigrazione, la voglia di indipendenza da Bruxelles e invita a votare contro le istituzioni autoreferenziali europee. I laburisti contro la UE ne mettono in risalto il carattere iper-liberista in economia, che sarebbe alla base delle diseguaglianze sociali crescenti nei vari stati membri e della scarsa tutela dei diritti dei lavoratori anche britannici. Al contrario, i conservatori anti-Cameron pongono l’accento sull’eccessiva regolamentazione di Bruxelles, che legherebbe le mani all’economia nazionale.      

Le ragioni confuse dei “Leave”

Insomma, contro l’Europa coesistono visioni esattamente opposte a Londra: per alcuni è troppo liberista, per altri è troppo “socialista”. Se queste argomentazioni consentono ai comitati per il “Leave” di raccogliere adesioni e consensi trasversali, d’altra parte rendono poco chiaro il progetto di quello che verrebbe dopo un eventuale addio alla UE. La sinistra spererebbe che il Regno Unito diventasse più sociale, la destra più liberale. L’Ukip, semplicemente padrone in casa propria. Per non parlare degli indipendentisti scozzesi, che minacciano la secessione nel caso di Brexit, desiderando restare nella UE, dove si sentono tutelati contro le “vessazioni”, che ritengono di subire ad opera del governo inglese.

Non è un voto in favore dell’Europa

Cosa accadrà, quindi, tra un mese esatto? Molto probabilmente vinceranno i “Remain”, anche se qualche brivido corre ancora nella schiena del governo, perché non è detto che la partecipazione al voto sarà alta e nel caso di bassa affluenza potrebbero esserci brutte sorprese per gli europeisti. Bisogna avere l’onesta, però, di capire che nessuno o quasi tra quanto fanno campagna contro la Brexit si spendono per l’Europa, ma semplicemente per evitare danni all’economia nazionale. Il 24 giugno non sarà una data festiva per la UE, quand’anche prevalessero i “Remain”, perché nessuno avrà verosimilmente votato per avere più Europa o perché soddisfatto del lavoro di Bruxelles, limitandosi a schierarsi contro quello che viene avvertito come un “colpo di testa”, in grado di provocare conseguenze negative a tutte le categorie sociali, non solo alla finanza.  

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Argomenti: Brexit, Economia Europa, Economie Europa