Referendum Brexit: investire a Londra ora conviene, ecco perché

Rischio Brexit sempre più alto, ma non è detto che l'economia del Regno Unito ne risenta. E adesso potrebbe convenire investire a Londra.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Rischio Brexit sempre più alto, ma non è detto che l'economia del Regno Unito ne risenta. E adesso potrebbe convenire investire a Londra.

Mancano esattamente due settimane al referendum sulla Brexit, che si terrà il 23 giugno nel Regno Unito e che sancirà la permanenza o meno del paese nella UE. I sondaggi da alcuni giorni mostrano il rischio di una vittoria dei “Leave”, ovvero di coloro che ambiscono alla separazione tra Londra e Bruxelles, e gli investitori stanno inviando segnali di evidente nervosismo, come si coglie dalla volatilità della sterlina, nonché nella fuga verso gli assets più sicuri, come i bond pubblici e privati e l’oro.

C’è molta paura per una possibile disgregazione della UE, di cui la Brexit sarebbe solo il primo tassello. Altri sondaggi, tra cui quello realizzato da Pew Center Research, hanno trovato, infatti, un elevato tasso di euro-scetticismo anche nel resto del Vecchio Continente, che sull’onda di un’eventuale vittoria dei “Leave” al referendum potrebbe spingere per ottenere simili votazioni anche altrove.

Investire prima di referendum Brexit forse conviene in ogni caso

Ma è davvero corretto abbandonare la City per andare ad investire altrove? La risposta potrebbe essere negativa. Anziché attendere la data del referendum per capire cosa accadrà, utilizzando la nota strategia del “wait and see”, queste due settimane da qui al voto potrebbero essere le più propizie per investire sul mercato azionario, obbligazionario e persino immobiliare britannico. Vediamo perché.

Scenario 1: vincono i “Remain”. Pur turandosi il naso, i sudditi di Sua Maestà voteranno per restare nella UE. In quel caso, aspettiamoci un sicuro rimbalzo della sterlina e dell’indice Ftse-100, che pur restando in lieve crescita rispetto all’inizio dell’anno, ha ceduto un paio di punti percentuali rispetto ai massimi dell’anno, toccati ad aprile, ma soprattutto è in calo su base annua del 7,5%. E anche il cambio contro l’euro si è indebolito in un anno di oltre il 6%, per cui potrebbero esservi buone soddisfazioni, nel caso in cui sia le azioni e le obbligazioni da un lato e sia la sterlina dall’altro si rafforzassero. Solo tornando ai livelli di un anno fa, si otterrebbero guadagni nell’ordine del 14%.

 

 

 

Rischio Brexit potrebbe non essere un grosso danno

Scenario 2: vincono i “Leave”. Siete sicuri che ciò sancirebbe la fine della permanenza del Regno Unito nella UE? Ricordatevi che il referendum ha valore “consultivo”. Certo, il governo e il Parlamento di Westminster difficilmente potrebbero ignorare il mandato ricevuto dagli elettori, ma non sarebbe da escludere la creazione di una sorta di status ancora più peculiare per Londra all’interno delle istituzioni comunitarie, nel caso in cui decidesse ugualmente di non lasciare la UE. Come sostengono alcuni dei referendari pro-Brexit, alla fine i britannici potrebbero strappare a Bruxelles ulteriori concessioni rispetto a quelle già incassate a febbraio dal premier David Cameron.

Ma quand’anche Londra divorziasse dal resto d’Europa, non è detto che si realizzerà la profezia catastrofica lanciata dai principali organismi internazionali e dal Tesoro britannico. Lo stesso governo da mesi infonde nelle famiglie la paura di una crisi di medio-lungo termine per il caso di uscita dalla UE, attraverso una campagna brutale, ma che si starebbe rivelando inefficace, se fossero veri i sondaggi.

Economia britannica sopravvivrebbe

Tuttavia, tali dati sul pil e sull’occupazione potrebbero risultare falsati o quantomeno gonfiati a fini propagandistici. Si tenga presente che l’economia britannica non vive di esportazioni di beni e servizi, ma di finanza. Vero è che la City si avvantaggia del suo essere integrata con il resto d’Europa, ma è un hub finanziario internazionale, intermediando più euro e dollari di Eurozona e USA rispettivamente, ogni giorno.

Quanto alle aziende quotate a Londra, la parte del leone la fanno le grandi multinazionali, che certamente non saranno felici di un addio al mercato unico, ma che potrebbero incassare il colpo senza grosse conseguenze, trattandosi di entità di grosse dimensioni, per cui l’Europa sarebbe un mercato non totalizzante.

 

 

 

Brexit non è fine di mercato comune

Gli ambienti finanziari potrebbero spingere per evitare ritorsioni da parte di Bruxelles contro la City, che alla fine sarebbero controproducenti per entrambe le parti. Per non parlare del fatto che, almeno per un primo periodo, la sterlina s’indebolirebbe e incentiverebbe le esportazioni, mentre lo stato risparmierebbe ogni anno diversi miliardi di contributi alla UE. E che dire della minore burocrazia ingombrante per le imprese, che potrebbero vedersi così anche ridurre i costi di produzione.

Si tenga anche conto che la fine della UE non coinciderebbe automaticamente con quella del mercato unico, vuoi perché le parti potrebbero concordare semplicemente una separazione sotto il profilo della gestione “politica” delle istituzioni comunitarie, vuoi anche perché sono in corso le trattative per l’area di libero scambio tra USA e UE, il cosiddetto TTIP, per cui Londra potrebbe uscire dalla porta e rientrare dalla finestra a Bruxelles anche sul piano più strettamente economico-finanziario.

Tanto rumore per nulla? Non proprio. La Brexit, se vi fosse, potrebbe essere la fine dell’unione politica europea. Ma non è chiaro se sia un male in sé, perché fatta salva l’esigenza di conservare il mercato comune, il resto potrà anche essere rimesso in discussione per gli investitori. Nessuna apocalisse in vista, insomma.

 

 

 

 

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Argomenti: Brexit, Economia Europa, Economie Asia