Reddito di inclusione sbagliato: agli italiani serve più lavoro, non assistenza

Il reddito di inclusione è la risposta sbagliata al fenomeno della povertà. Serve favorire l'occupazione e non l'ennesima assistenza spicciola, che imbriglia il Sud, in particolare, nella trappola del sottosviluppo perenne.

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Il reddito di inclusione è la risposta sbagliata al fenomeno della povertà. Serve favorire l'occupazione e non l'ennesima assistenza spicciola, che imbriglia il Sud, in particolare, nella trappola del sottosviluppo perenne.

Il Consiglio dei ministri ha varato l’altro ieri il cosiddetto reddito di inclusione (Rei), uno strumento unico nazionale di contrasto alla povertà. Dall’1 gennaio prossimo, le famiglie con Isee fino a 6.000 euro annui e con un patrimonio immobiliare (prima abitazione esclusa) fino a 20.000 euro, potranno richiedere un sostegno economico, che consiste in un assegno mensile minimo di 190 euro e fino a un massimo di 485 euro per 18 mesi, in funzione del numero dei componenti il nucleo familiare. A causa delle risorse relativamente basse stanziate in questa prima fase (1,85 miliardi di euro), potranno accedervi inizialmente 500.000 famiglie per una platea potenziale di 1,8 milioni di individui. Secondo gli ultimi dati Istat, le famiglie in condizioni di povertà assoluta in Italia nel 2016 erano 1,6 milioni per un totale di 4,7 milioni di persone. (Leggi anche: Reddito di inclusione, misura al via il 1 gennaio)

Di fatto, questo strumento di contrasto alle povertà riguarderebbe per ora circa il 40% delle persone in condizioni finanziarie critiche nel nostro paese. Dall’opposizione, il Movimento 5 Stelle si è mostrato critico sulla misura, rilanciando il reddito di cittadinanza, divenuto ormai un suo cavallo di battaglia.

Serve lavoro, non assistenza

Come giudicare il provvedimento in sé? L’Istat ci ha di recente fornito dati allarmanti sull’esplosione del fenomeno povertà, triplicata tra i giovani dal 2007. La correlazione con la crisi economica è evidente: mentre il pil crollava fino a un massimo del 9% rispetto al picco di 10 anni fa e la disoccupazione raddoppiava fino al 13%, effetto di un -25% segnato dalla produzione industriale, il numero dei poveri in Italia aumentava, concentrandosi al Sud e tra le famiglie più numerose.

Il reddito di inclusione, tuttavia, così come quello di cittadinanza che dir si voglia, non solo non rappresenta una soluzione per contrastare la povertà, ma rischia di alimentare comportamenti, che sono causa ed effetto allo stesso tempo del fenomeno.

Le famiglie che riceveranno gli assegni dovranno sottoscrivere un progetto personalizzato, teso a offrire servizi per il superamento delle condizioni di povertà in cui versano. In parole semplici, dovranno magari impegnarsi a frequentare un corso di formazione professionale o simili, pena la perdita dell’assegno.

In teoria, sarebbe l’optimum: ti aiuto, purché tu ti dia da fare per uscire dalla povertà. Alzi la mano chi creda che lo stato italiano sarà in grado di mettere in atto proposte “personalizzate” e credibili per lottare contro la povertà e quanti di noi, al contrario, non credano quasi rassegnati, che si tratterà dell’ennesimo passaggio burocratico formale da compiere per ottenere denaro sonante per un massimo di un anno e mezzo. (Leggi anche: Reddito di cittadinanza roba da francescani? Perché Grillo potrebbe averla sparata grossa)

Governo e opposizioni a gara di assistenzialismo

Il messaggio rivolto alle famiglie in difficoltà non sembra positivo. Ancora una volta, lo stato cerca di offrire un sostegno a chi ha bisogno, garantendo assistenza e non concentrando le risorse per stimolare l’occupazione, che è l’unica forma strutturale e dignitosa di contrasto alla povertà. Con il reddito di inclusione, si dice a chi ha bisogno di non preoccuparsi, perché ci penserà lo stato, con i soldi dei soliti contribuenti che lavorano e pagano le tasse. Con 1,8 miliardi non si avrebbero certamente risorse a sufficienza per tagliare con nettezza il cuneo fiscale e incentivare così le assunzioni. Eppure, va detto che questa è l’entità degli stanziamenti di cui si parla al Ministero dell’Economia da mesi per sfoltire la tassazione sulle imprese, abbassando loro il costo del lavoro.

Che siamo in presenza di una misura elettoralistico, quando mancano pochissimi mesi al rinnovo del Parlamento? Aldilà delle intenzioni del governo, non riusciamo ad emergere dalla trappola dell’assistenzialismo in cui il dibattito politico degli ultimi anni ci ha cacciato: tra maggioranza e opposizioni è tutta una gara per offrire i migliori benefici possibili (senza quattrini in cassa) a famiglie bisognose, giovani e pensionati.

C’è chi propone una pensione minima di 1.000 euro al mese, chi un reddito mensile di 780 euro per chi non ha un lavoro, chi ancora dal governo vara da anni un bonus dopo l’altro per chi fa figli, chi compie 18 anni e va al cinema o teatro, chi ha redditi bassi o inesistenti.

Tutto bene, se non fossimo un paese senza alcuna idea su come trovare tra le pieghe del bilancio statale i vari miliardi necessari per evitare l’aumento dell’IVA nei prossimi anni e per tagliare finalmente le imposte a chi produce e genera ricchezza, creando occupazione e combattendo così realmente la povertà, offrendo un lavoro. Siamo in una condizione surreale, per cui sappiamo che la ripresa economica non decolla a pieno ritmo per l’elevato peso della tassazione sul lavoro, la quale disincentiva la creazione di nuova occupazione, ma allo stesso tempo non possiamo abbassare le tasse sul lavoro e le imprese per finanziare una spesa pubblica, che in buona parte si compone di misure assistenziali come quella di cui stiamo parlando. Può risultare altamente impopolare dirlo in tempi di populismi di governo e di opposizioni, ma l’assistenza è e resta il grande male dell’Italia e impedisce a una sua area particolare, il Sud, di emergere dal sottosviluppo perenne. Date 400 euro al mese a una famiglia nel Meridione e non la troverete più a cercarsi un impiego regolare, perché tra un po’ di lavoro nero e l’aiuto dello stato, tirerà a campare per qualche anno. E dopo verranno altri governi e altri bonus. (Leggi anche: Tasse sul lavoro troppo alte)

 

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