Reddito di cittadinanza, si può fare?

Se ne sta discutendo molto. Per alcuni sarebbe la soluzione alla povertà in Italia, per altri l'ennesima voce improduttiva di spesa pubblica. E' il reddito di cittadinanza.

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La disoccupazione cresce, la povertà dilaga. Da più parti si manifesta la necessità di istituire il reddito di cittadinanza, sebbene sia il Movimento 5 Stelle il principale promotore dell’iniziativa. La domanda è: si può fare? Ci sono i soldi?

Per rispondere è necessario spiegare cosa sia, in realtà, il reddito di cittadinanza. L’espressione è in verità generica poiché non restituisce l’idea delle mille varianti e nemmeno delle tipologie essenziali dello strumento stesso. In estrema sintesi il reddito di cittadinanza si divide in reddito minimo di cittadinanza e in reddito di cittadinanza incondizionato universale (chiamato anche reddito di base). Il primo è condizionato alla situazione lavorativa o allo stato di invalidità; è concesso, per esempio ai disoccupati o a chi usufruisce di un reddito troppo basso, oppure a chi non può lavorare per motivi di salute. Il secondo è concesso invece a tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che lavorino o meno, che guadagnino tanto o molto.

Quando si parla di reddito di cittadinanza senza specificare a quale delle due macro-categoria ci si stia riferendo e senza specificare le condizione di concessione, non si apporta un serio contributo alla questione.

 

Ad ogni modo, il Movimento 5 Stelle, pur facendo una certa confusione con i nomi, ha espresso la sua idea di reddito di cittadinanza. Si tratta di un reddito concesso ai disoccupati per una durata minima di tre anni, durante i quali gli uffici di collocamento si incaricano di trovar loro una disoccupazione. Il servizio decade quando il cittadino rifiuta tre offerte o quando terminano i tre anni. Grillo è stato vago sui numeri ma alle volte, durante i suoi comizi, ha parlato anche di 1000 euro al mese. Si potrebbe discutere sulla copertura, in ogni caso impossibile da reperire senza un imponente taglio della spesa pubblica improduttiva o una politica di deficit spending (l’Europa ci guarda).

Occorrerebbe reperire dai 12 ai 14 miliardi all’anno, almeno stando ai calcoli inseriti nella proposta – simile ma non identica – avanzata da Boeri e Garibaldi nel 2007.

Ma quello dei soldi non è l’unico problema. Vi sono questioni strutturali e culturali da risolvere. Il reddito minimo di cittadinanza non funziona se sussistono un apparato burocratico permeabile e una massiccia diffusione del lavoro nero. In Italia tanta gente lavora senza che lo Stato ne sappia nulla e, sempre in Italia, abbondano i falsi invalidi che percepiscono sussidi in ogni tipo. Se domani il reddito minimo di cittadinanza diventasse realtà, un sacco di non aventi diritto (de facto ma non de jure) percepirebbero l’assegno. Non è un caso che gli unici paesi nell’Eurozona sprovvisti di questo strumento siano proprio Italia e Grecia, paesi dove è altissima l’incidenza del sommerso. A detenere il primato siamo proprio noi italiani (il nero vale 15 punto di Pil e 335 miliardi di euro all’anno). Prima di pensare al reddito minimo di cittadinanza sarebbe dunque il caso di risanare questa piaga o di renderla come minimo meno purulenta.

Il reddito minimo di cittadinanza, in qualsiasi forma lo si intenda, richiede un’amministrazione pubblica efficientissima proprio per prevenire truffe e distorisioni varie. Il caso della Germania è emblematico. I tedeschi usufruiscono di un welfare massiccio per i disoccupati e per chi ha redditi inferiori a una certa soglia. Alloggio, assegni familiari e, per l’appunto, reddito minimo di cittadinanza sono riservati a coloro che ne hanno diritto. I costi in termini diritti però sono imponenti: lo Stato, per prevenire gli imbrogli, è costretto a ficcare il naso nella vita privata dei suoi cittadini. Il problema della privacy è particolarmente sentito al di là del Reno, a tal punto che vi sono forze politiche (come il Partito Pirata) che lavorano per abolire le normative attuali per sostituirle con qualcosa di più edulcorato.

In definitiva, se persino per la Germania l’argomento è delicato e difficilissimo da concretizzare, immaginate quando possa esserlo in Italia.

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