Reddito di cittadinanza, quota 100 e patrimoniale: i primi nodi del governo Draghi

Il premier incaricato dovrà districarsi tra misure su cui la possibile nuova maggioranza larga avrebbe opinioni contrastanti.

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Le misure su cui ci sarà scontro politico sotto il nuovo governo Draghi

Le consultazioni del premier incaricato Mario Draghi con i partiti si terranno fino a domani a mezzogiorno. Non è detto che bastino, potendo risultare necessario un secondo giro. Diversi i nodi da sciogliere. Anzitutto, il governo dovrà essere composto solo da tecnici o solo da politici o più verosimilmente da un mix di entrambi? E quale sarà il perimetro della maggioranza? A questo proposito, sembra che un po’ tutta la maggioranza uscente, quella “giallo-rossa”, si avvii a concedere la fiducia a Draghi, così come dalle opposizioni sono certi il “sì” di Forza Italia e il “no” di Fratelli d’Italia. La Lega non è contraria, ma con Matteo Salvini chiederà all’ex governatore della BCE che l’esecutivo sia istituzionale e che non arrivi alla scadenza naturale della legislatura.

Il PD sta facendo di tutto per intestarsi questa operazione politica, che nei fatti ha dovuto subire dal Quirinale, per escludere una imbarazzante coabitazione con la Lega al governo. E Salvini non potrà accettare dal canto suo di ritrovarsi ministri quelli che ha duramente attaccato fino a qualche giorno fa. Non a caso, il suo aut-aut “Draghi scelga tra noi e i 5 Stelle” punta a inviare al premier incaricato un messaggio di chiarezza in tal senso.

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I dubbi sul reddito di cittadinanza

Ad ogni modo, qui si sta parlando di nomi, ma non di programmi. E questo è un male antico dell’Italia, dove per formare un governo servono meno giorni di quelli necessari per disfarli. In Germania, le trattative tra partiti durano spesso mesi (ben sei con il quarto e ultimo governo Merkel), ma alla fine reggono, proprio perché sono fondati su programmi molto dettagliati, che non lasciano quasi nulla al caso.

E già s’intravedono possibili crepe in quella che sarebbe la futura grande maggioranza di governo. Vediamole.

Ieri, il fondatore del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che oggi scende a Roma per seguire le consultazioni da vicino e forse anche in prima persona, ha posto a Draghi alcune richieste irrinunciabili: reddito universale, patrimoniale, “blue economy” e digitalizzazione. Tralasciando la propaganda, per i “grillini” non sarebbe certamente accettabile che il nuovo governo eliminasse o stravolgesse il reddito di cittadinanza. E lo ha detto chiaramente anche il portavoce Vito Crimi. Lo impone la logica del consenso. Già malconci, i 5 Stelle non possono permettersi di tornare alle urne tra 1 o 2 anni dopo avere ammainato la loro bandiera.

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Sarà scontro anche su patrimoniale e quota 100

Quanto alla patrimoniale, Draghi vorrà evitare di ripetere gli errori tassaioli di Mario Monti, che crearono solo grande malcontento e recessione economica. Tuttavia, in tal senso vi sarà una forte pressione anche dal PD, mentre vi sarebbe un’altrettanto forte opposizione da parte di Forza Italia, Italia Viva e Lega, oltre che di Fratelli d’Italia dalle file della minoranza parlamentare. Plausibile che l’esecutivo punti a spostare il peso della tassazione dai redditi ai consumi, ma l’operazione dovrebbe mostrarsi realmente neutrale in termini di saldi per essere digerita da parte della futura maggioranza. E c’è quota 100. Un’altra bandiera, stavolta della Lega di Salvini, il quale ha già messo le mani avanti, sostenendo che la misura potrà essere anche modificata, ma non eliminata in modo tale da tornare alla legge Fornero.

L’ipotesi che prenderebbe corpo sarebbe di renderla meno conveniente e pesante per i conti pubblici. Come? Applicando un calcolo attuariale dell’assegno. In pratica, i lavoratori potranno continuare ad andare in pensione anche prima dell’età ufficiale, oggi di 67 anni per uomini e donne, ma percependo un importo tanto più basso quanto minore sarà l’età di uscita dal lavoro.

In un certo senso già esiste con i coefficienti di trasformazione legati all’età anagrafica, ma spunterebbe con ogni probabilità una penalizzazione aggiuntiva e la somma tra anni di età e contributi potrebbe anche salire sopra 100, con l’imposizione tra l’altro di un’età minima più elevata degli attuali 62 anni per andare in pensione.

Tornando al reddito di cittadinanza, già al Meeting di Rimini dell’estate scorsa Draghi si era espresso contro la politica dei sussidi, sostenendo che quando finiscono ai giovani rischia di non rimanere alcuna prospettiva. Dunque, pragmaticamente non cancellerà la misura, ma vi metterebbe mano per renderla meno assistenziale e più uno strumento di politica attiva del lavoro. Tra le possibili ipotesi, legare l’erogazione a una pregressa carriera lavorativa minima e tarare l’importo sull’età del beneficiario, in modo da favorire chi ha un’età più alta e ridurre il disincentivo al lavoro tra i giovani. Difficilmente, però, la riforma entrerebbe in vigore con una crisi in corso come questa. Considerate che tra quota 100 e reddito di cittadinanza ballano sui 15 miliardi di euro all’anno, circa lo 0,8% del PIL pre-Covid. Due misure costose nel loro insieme e che verosimilmente saranno sfoltite o rimpiazzate, specie nel caso di quota 100, da altre più strutturali e più leggere. Ma molto o tutto dipenderà dal perimetro della nuova maggioranza.

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