Reddito di cittadinanza, il fallimento è prima di tutto concettuale

Il reddito di cittadinanza sarà sottoposto certamente a modifiche, ma la politica finge di non capire di cosa stia discutendo.

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Reddito di cittadinanza, modifiche al via

Come sarà il reddito di cittadinanza del prossimo futuro? Più generoso con le famiglie numerose? Più accessibili ai cittadini stranieri? Più rigido nelle condizionalità? Un miscuglio di tutte queste ipotesi? La verità è che la politica dibatte a destra e sinistra solo per piantare bandierine in un campo che non calpesta da decenni, cioè quello della realtà.

Le modifiche al reddito di cittadinanza puntano, anzitutto, a potenziare le politiche attive del lavoro. Questo sostiene la linea ufficiale del governo. E il problema è che il sussidio con questo discorso non c’entra un tubo. Le politiche attive del lavoro servono di sostegno alla creazione di nuova occupazione. Sono annoverabili tra l’altro i corsi di formazione professionale per aggiornare le competenze dei lavoratori e rendere questi ultimi più produttivi.

Reddito di cittadinanza e politiche per il lavoro

Tuttavia, stiamo dimenticando che il reddito di cittadinanza è nato come un sussidio per contrastare la povertà, almeno nelle intenzioni dei suoi fautori, cioè il Movimento 5 Stelle. Sappiamo che in molti casi sia finito nelle famiglie sbagliate, in condizioni economiche non disperate, e che stia disincentivando alla ricerca di lavoro tra i giovani, in particolare. Semmai, l’allora governo “giallo-verde” cercò di superare le resistenze di imprenditori e gran parte del mondo politico, Lega (in maggioranza) compresa, attraverso un bluff grossolano: dipingere la misura come un sostegno al reddito e al contempo all’occupazione.

In questo equivoco è caduta praticamente tutta la stampa italiana o almeno così finge. Con quali strumenti i navigator avrebbero dovuto trovare un lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza? Certo, qualcosa si può sempre fare per consentire alla domanda e all’offerta di incontrarsi.

Ma guardando ai grandi numeri, per quale ignota ragione nel Meridione – area in cui si concentrano i due terzi dei beneficiari – il sussidio avrebbe dovuto creare quel lavoro che non c’è? O pensiamo forse che i milioni di disoccupati o inoccupati del sud siano semplicemente incapaci di trovarsene uno?

La politica italiana, più che a disquisire sul nulla, dovrebbe interrogarsi su un punto: ha senso il reddito di cittadinanza come sussidio per le famiglie a basso o nullo reddito o sarebbe meglio dirottare le risorse per sostenere con misure fattive le politiche attive del lavoro? Il maquillage – perché di questo si tratta – serve solo a destra e sinistra a fingere di essere riusciti a rendere il sussidio una misura accettabile e di averla avuta vinta sui “grillini”. I beneficiari continueranno a non trovare lavoro anche dopo e i casi di abuso e di vera truffa, anziché ridursi, probabilmente non faranno che lievitare.

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