Reddito di cittadinanza, ecco perché non funzionerà neppure la riforma

Sotto pressione con la raccolta firme per il referendum abrogativo, il governo cerca di modificare il reddito di cittadinanza

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La riforma del reddito di cittadinanza

Le modifiche al reddito di cittadinanza sono ormai una certezza, sebbene non sappiamo ad oggi quali saranno con esattezza. Ma alcuni punti fermi stanno già emergendo nel dibattito politico. L’obiettivo del governo, specie del Movimento 5 Stelle, consiste nell’impedire che si celebri un referendum abrogativo contro il sussidio. L’ex premier Matteo Renzi sta raccogliendo le firme e servono alcuni cambiamenti legislativi per disinnescare la miccia. Il premier Mario Draghi non intende fare esplodere le tensioni nella sua maggioranza prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Troppo alto il rischio di caos che ne scaturirebbe per l’Italia.

Tra i punti che saranno oggetto di revisione c’è l’addio dei navigator. I circa 3.000 assunti nel 2019 a tempo determinato non vedranno rinnovato il loro contratto. La ragione è scontata: non si sono rivelati efficaci. Non sono stati in grado di trovare un’occupazione ai percettori del reddito di cittadinanza che hanno sottoscritto i famosi patti per il lavoro. Forse complice il Covid, i numeri sono stati assai deludenti. Al loro posto, due alternative in vista: potenziamento dei Centri per l’impiego (i vecchi uffici di collocamento, mai stati utili nella loro storia) e/o coinvolgimento anche delle agenzie di lavoro private.

Certamente i navigator sono stati sprovvisti della necessaria formazione allo scopo (molti sono giovani al loro primo impiego) e degli strumenti indispensabili per favorire l’occupazione degli assistiti, ma se abbandonassimo l’ipocrisia e abbracciassimo la realtà, capiremmo che il fallimento fosse già scritto nelle stelle. Pensate che il problema dell’Italia, specie nel Meridione, fosse che la gente il lavoro non sappia cercarlo o che in moltissimi casi non ci sia proprio?

Reddito di cittadinanza, modifiche inutili

E’ vero che il mancato incontro tra domanda e offerta spesso dipenda da asimmetrie informative, ma parliamo di casi poco frequenti per i grandi numeri.

Il 70% dei beneficiari del reddito di cittadinanza ha come titolo di studio massimo la terza media. Molti posseggono persino solamente la licenza elementare. La bassa scolarizzazione è alla base dello loro status inattivo. E tra le modifiche in vista, l’obbligo di seguire percorsi formativi proprio per questo segmento più vulnerabile del mercato. Bene, ma non facciamoci illusioni. Un cinquantenne con quinta elementare o terza media non diverrà occupabile tutto d’un colpo per avere frequentato un corso. E poi, tenuto da chi? Dai soliti carrozzoni pubblici, che al sud puntano perlopiù a generare un giro di clientele elettorali e in qualche caso anche a frodare lo stato?

E, infine, la solita tiritera sui furbi. Molti percettori del reddito di cittadinanza lavorano in nero e cercano per tale via di sbarcare il lunario. Ogni giorno leggiamo notizie in tal senso. Potremmo inasprire le pene e persino minacciare il carcere a vita per datori di lavoro e dipendenti in malafede, ma la piaga del lavoro nero esiste nel nostro Paese da secoli. Non sarà una legge in più a fermarlo. Solamente la vivacizzazione del mercato stanerebbe il fenomeno, offrendo a chi le vuole cogliere occasioni di lavoro regolare.

In definitiva, il reddito di cittadinanza non funziona per il semplice fatto che è nato sull’ipocrisia di chi ha promesso che sarebbe servito per aiutare i percettori a trovare un lavoro e uscire così dalla povertà. Se lo avessimo presentato fin dall’inizio per quello che realmente è, ovvero un sussidio, ci saremmo risparmiati due anni e mezzo di polemiche e dibattiti televisivi stucchevoli. E, infine, c’è l’italiano medio che ritiene di risolvere ogni problema obbligando i beneficiari a svolgere lavori alle dipendenze dei comuni. Aria fritta.

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