Reddito di cittadinanza e l’allarme Confindustria, ma gli stipendi bassi sono il vero problema

Il reddito di cittadinanza e l'allarme degli stipendi bassi sono due volti della stessa medaglia. Usare i numeri per generare allarmismo rischia di diventare un boomerang.

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Il reddito di cittadinanza e l'allarme degli stipendi bassi sono due volti della stessa medaglia. Usare i numeri per generare allarmismo rischia di diventare un boomerang.

Confindustria ha lanciato l’allarme sul reddito di cittadinanza nei giorni scorsi, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, la politica sul rischio che il sussidio finisca per scoraggiare al lavoro. Il perché lo spiegano palesemente i dati diramati da Viale dell’Astronomia. In Italia, un giovane sotto i 30 anni di età percepisce mediamente una busta paga di 830 euro al mese, solo 50 euro in più rispetto al reddito di cittadinanza promesso dal governo Conte. Si va dai 910 euro al nord ai 740 al sud. Dunque, nel Meridione paradossalmente un giovane lavoratore rischierebbe di guadagnare meno di quanto prenderebbe restandosene comodamente seduto sul divano di casa. E i numeri raggelano ulteriormente, quando si parla di neolaureati. Anziché essere premiato, lo studio diventa una scure per gli stipendi. E così, chi esce dalle università deve accontentarsi all’inizio di appena 700 euro al mese, forse anche perché non sempre la propria carriera scolastica rispecchia le competenze ricercate dal mercato.

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A fare da sponda a Confindustria ci ha pensato l’Inps, con il presidente Tito Boeri, in scadenza imminente di mandato, ad avere avvertito che al sud il 45% dei dipendenti privati dichiara di guadagnare meno dei 780 euro mensili garantiti prossimamente dal reddito di cittadinanza. Questi numeri sono effettivamente una bomba, da maneggiare con cura da parte di chi li snocciola, perché si prestano a interpretazioni potenzialmente boomerang.

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Partiamo dal dato dell’Inps: quasi un lavoratore del settore privato su due al sud percepisce troppo poco, conseguenza sia di sotto-dichiarazioni, sia delle condizioni precarie in cui versa il mercato del lavoro sotto Roma.

E che un giovane mediamente in Italia debba accontentarsi fino ai 30 anni di 830 al mese aggrava il quadro. Anche in questo caso incideranno alcuni fattori, come la scarsa esperienza dei ragazzi, che spesso si parcheggiano all’università per troppi anni e al solo fine di sfuggire all’appuntamento con la ricerca di un lavoro, piuttosto ardua al sud; sarà che le carriere dei giovani siano molto discontinue, per cui non accumulano anzianità di servizio e i relativi scatti, costretti a ogni due e tre ad iniziare daccapo con le retribuzioni, partendo ogni volta dal minimo. Tuttavia, non sfuggirà ai più che la situazione sia drammatica.

Spulciando i dati nel resto d’Europa, scopriamo che lo stipendio medio lordo in Germania sia stato di 3.703 euro al mese nel 2018, pari a un netto di 2.270 euro. In Francia, la media sarebbe rispettivamente di 2.957 e 2.157 euro, mentre in Italia si scende a 2.534 euro lordi e a 1.762 euro netti. Cosa ancora peggiore, rispetto al 2014 avremmo subito un calo di 161 euro netti, mentre i lavoratori tedeschi avrebbero incrementato le loro buste paga di 216 euro e quelli francesi di soli 29 euro. In altre parole, non solo percepiamo meno rispetto a gran parte delle altre economie europee, piazzandoci davanti solo alla Spagna e agli altri stati del sud e dell’est, ma oltre tutto abbiamo compiuto passi indietro, anche se molto probabilmente il dato medio riflette l’abbassamento del livello salariale d’ingresso dei giovani, i neo-occupati.

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I dati boomerang

L’allarme di Confindustria e Inps appare piuttosto giustificato, perché è evidente come garantire fino a 780 euro al mese a un residente lo disincentiverebbe a trovarsi un lavoro, se uscire di casa e faticare per non meno di 8 ore al giorno gli consentirebbe di guadagnare tanto quanto o persino di meno. Tuttavia, il ragionamento è mal posto, perché non tiene conto della domanda di sostentamento che si è levata negli ultimi anni in Italia e a cui il Movimento 5 Stelle cerca di rispondere con il palliativo del reddito di cittadinanza, ma che non potrà essere placata a colpi di allarmismo, quanto dando risposte concrete al mercato del lavoro.

E serve una riflessione molto più complessa di quanto s’immagini.

Ci si lamenta che siano pochi i laureati in Italia rispetto alla media europea e quando si guarda ai loro stipendi si capisce perché. S’invoca la flessibilità per tenere testa alla concorrenza straniera, salvo scoprire dagli stessi richiedenti che i nostri lavoratori verrebbero già pagati noccioline. Qualcosa non quadra e non ha a che fare solo con la globalizzazione, che ha certamente accresciuto la concorrenza salariale, bensì pure e, soprattutto, con lo stato delle nostre imprese. Hanno dimensioni troppo piccole, producono spesso beni a basso valore aggiunto e sui quali si concentra la competizione internazionale da parte delle emergenti, investono poco e molte tra quelle familiari (e non solo) sono spesso gestite con criteri votati al perseguimento non della massima efficienza, quanto del vivacchiare. Scarseggiano l’innovazione, la diversificazione degli stipendi tra i dipendenti sulla base del merito e la capacità/volontà di espandersi, magari puntando a nuovi mercati.

Il reddito di cittadinanza è il rimedio sbagliato a un problema serissimo e che è diventato un allarme fin troppo grave per rimanere inascoltato. Stipendi bassi, che tra i giovani scendono al di sotto della sussistenza e si allontanano dagli standard occidentali, segnalano un’economia incapace di generare sufficiente ricchezza per chi contribuisce alla produzione. E anche per questo, quelli che lavorano sono appena 58 su un totale di 100 che potrebbero nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, 10 in meno rispetto alla media europea. Parte della soluzione verrebbe abbassando la pressione fiscale sul lavoro, così da avvicinare il più possibile quei 1.762 euro netti ai 2.534 lordi e senza per questo gravare sulle imprese. Ne parliamo da decenni, ma non agiamo, anche perché le minori entrate fiscali equivalgono a tagliare spesa pubblica, pilastro cruciale per il consenso politico.

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La bomba del salario minimo

C’è un rischio persino maggiore rispetto al reddito di cittadinanza, vale a dire la proposta dei grillini di accompagnare il sussidio all’introduzione del salario minimo orario per legge a 9 euro. Sarebbe una bomba, che finirebbe per distruggere il nostro mercato del lavoro, anche se coerente con l’impostazione dei pentastellati, i quali ritengono che solo così si eviterebbe di disincentivare alla ricerca di un’occupazione. E, a quel punto, si replicherà con gli stessi numeri, notando come imporre alle imprese un salario minimo di 9 euro l’ora equivarrebbe a più che raddoppiare lo stipendio medio di un neolaureato e quasi quasi pure quello più in generale di un under-30. Al sud, andrebbe molto peggio agli imprenditori, i quali in moltissimi casi reagirebbero licenziando dipendenti o facendoli lavorare in nero per gran parte delle ore effettive.

I grillini non sono che la risposta disperata a una Italia, che da decenni invoca soluzioni a problemi ben noti e dinnanzi ai quali la classe politica, grande-imprenditoriale e sindacale ha voltato le spalle per rifugiarsi nella difesa dell’esistente con una visione corta che ha aggravato le condizioni socio-economiche. Limitarci a sfottere il reddito di cittadinanza non ci porterà molto lontano, non snocciolando numeri che finiscono per tornarci indietro, mostrandoci tutta l’inadeguatezza delle soluzioni sin qui offerte a un dramma, divenuto generazionale, meridionale e del folto mondo operaio e basso-impiegatizio.

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