Reddito di cittadinanza, perché Salvini è più vicino al PD che a Di Maio

Il reddito di cittadinanza avvicina la Lega di Matteo Salvini al PD renziano e lo allontana dal Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio. Le divergenze sono di visione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il reddito di cittadinanza avvicina la Lega di Matteo Salvini al PD renziano e lo allontana dal Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio. Le divergenze sono di visione.

Il reddito di cittadinanza torna a dividere, quando sembrava che il provvedimento fosse quasi per essere sacrificato dal Movimento 5 Stelle sull’altare del governo. Invece, ha suscitato scalpore un post del deputato PD, Michele Anzaldi, intitolato “Dopo 5 ani di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati”. Nulla di eclatante, se non fosse che è stato rilanciato ieri da “Il Populista”, l’organo d’informazione social della Lega. Che Matteo Salvini stia iniziando a strizzare l’occhio ai democratici, intuendo che con Luigi Di Maio non gli sarebbe possibile governare, almeno non in condizioni di piena dignità politica? Sarà, ma il punto che ci interessa sviluppare è un altro: aldilà della tattica, la Lega mostra posizioni più vicine al PD che non ai pentastellati sulle tematiche relative al lavoro e all’economia, in generale.

Qualcuno potrebbe considerarlo un insulto, una bestemmia; per questo, vi spieghiamo il perché. Il reddito di cittadinanza dell’M5S non è solo un annuncio per prendere voti. Esso è connaturato nel dna grillino, in cui si trovano tracce di una società quasi utopica, nella quale il lavoro viene percepito quasi come opzionale per garantire il sostentamento di base all’uomo. La società rousseauiana immaginata da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio trova nel reddito di cittadinanza il modo per sganciare l’individuo dall’impellenza di lavorare per vivere.

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Ora, la Lega ha condiviso con i grillini tutto il percorso di opposizione ai governi di marca PD nella scorsa legislatura, trovando vari spunti in comune nella lotta all’apertura delle frontiere commerciali indiscriminata e nella richiesta di dazi contro l’invasione delle merci cinesi, e non solo. Tuttavia, Salvini e il suo team non possono accettare di destinare diversi miliardi di euro per un provvedimento di natura assistenziale, quando hanno la necessità di concentrare le risorse sulle loro promesse elettorali, ovvero su “flat tax” e cancellazione (ammorbidimento) della legge Fornero.

Le distanze tra 5 Stelle e Lega

L’impostazione programmatica leghista va tutta nella direzione di premiare la piccola impresa e offre scarso sostegno all’assistenzialismo grillino. Lo ha esplicitamente dichiarato all’indomani delle elezioni Armando Siri, l’uomo della “flat tax”, così come Giancarlo Giorgetti ha fatto presente che più che di reddito di cittadinanza, ci vorrebbero incentivi al lavoro. Ed entrambi sono esponenti della Lega vicinissimi a Salvini. Fosse per Di Maio, avrebbe già probabilmente mandato in soffitto la proposta, ma il movimento non può farne a meno come cavallo di battaglia. E non perché al sud lo avrebbero votato per questo (pura propaganda altrui), bensì per la sua stessa fisionomia egualitaria, molto incline alla redistribuzione della ricchezza.

Che cosa divide Salvini dal PD renziano? Certamente, la visione di un’economia integrata con il resto del mondo. Il primo vorrebbe realizzare la versione italiana di “America First”, il messaggio trumpiano che si sta concretizzando in questi mesi a colpi di dazi e di richieste di rinegoziazione degli accordi commerciali. Il secondo non vede altra via che l’ancoraggio ben saldo dell’Italia all’Europa. Siamo dinnanzi a una divergenza ideologica apparentemente invalicabile, se non fosse per un fatto: Salvini, anche volendo, non potrebbe mai fare il Trump italiano, perché le politiche commerciali non le decide Palazzo Chigi, bensì Bruxelles. E volendo essere onesti, anche il PD di Matteo Renzi in sede europea, se si presentasse l’occasione, spingerebbe per tutelare il made in Italy dalla concorrenza delle merci cinesi. Il problema semmai è lo scarso peso negoziale che Roma mostra da anni nella difesa dei propri interessi nelle stanze che contano.

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In sostanza, a rigore vi sarebbero maggiori prospettive di un’alleanza programmatica, pur limitata nel tempo, tra centro-destra e PD, specie se si considera che il primo nemmeno avrebbe Salvini come premier per il passo indietro annunciato dal diretto interessato nel caso di necessità. Viceversa, la Lega avrebbe molti problemi a stringere un’intesa con l’M5S, perché il giorno dopo la nascita di un loro eventuale governo insieme litigherebbero praticamente su tutto, essendo le parti divise su quasi tutte le strategie per gestire le risorse pubbliche e sull’approccio alle pmi e al mondo del lavoro. Il post dell’on. Anzaldi di ieri ha funto da pretesto per rendere lampante ciò che già sembra da sempre: Salvini con Di Maio non potranno governare insieme.

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