Sostegno economico ai poveri, partita la gara assistenzialista tra gli schieramenti

Reddito minimo ai più poveri. Il governo vara il ddl per sostenere 400.000 nuclei familiari e anche le opposizioni fanno a gara con proposte tese a combattere la povertà. Nessuno affronta, però, i problemi alla radice.

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Reddito minimo ai più poveri. Il governo vara il ddl per sostenere 400.000 nuclei familiari e anche le opposizioni fanno a gara con proposte tese a combattere la povertà. Nessuno affronta, però, i problemi alla radice.

Il Ddl anti-povertà è legge, dopo essere stato approvato dal Senato. Il governo Gentiloni stanzia così 2 miliardi di euro per quest’anno e altrettanti per l’anno prossimo, risorse in grado di aiutare 400.000 famiglie italiane, pari a un numero complessivo stimato di 1,7 milioni di persone. Obiettivo: alleviare le sofferenze tra quei nuclei del tutto sprovvisti di reddito e che in questi anni hanno patito la crudeltà della crisi economica. Ciascuno di essi avrà diritto a percepire fino a 480 euro al mese. Parliamo di famiglie con disoccupati over-55, donne in gravidanza, minori a carico o componenti con disabilità grave.

Ma l’attenzione ai ceti deboli della popolazione non è un’esclusiva della maggioranza. In altre forme, un po’ tutte le opposizioni da tempo propongono misure di inclusione sociale, di sostegno ai poveri e disoccupati. Il Movimento 5 Stelle si batte per fare approvare il cosiddetto reddito di cittadinanza, pari a 780 euro al mese per nucleo familiare. Quanti, pur godendo di altri redditi, non arrivassero a tale importo, si legge nella proposta, otterrebbero la differenza. Insomma, nessuna famiglia italiana dovrebbe percepire meno di 780 euro al mese per i grillini. (Leggi anche: Reddito di cittadinanza, test in Finlandia)

Il lavoro garantito o di cittadinanza

A volere garantire un reddito minimo a tutte le famiglie ci pensa pure Forza Italia, che ha lanciato la proposta di un “lavoro garantito” per almeno tre mesi per tutti i disoccupati, ovviamente retribuito. In altre parole, l’ex premier Silvio Berlusconi punterebbe ad assicurare a ciascun italiano un periodo minimo d’inserimento nel mondo del lavoro per combattere la povertà e le scarse opportunità di occupazione, specie tra i giovani.

Una proposta simile è stata riecheggiata qualche settimana fa dal segretario del PD, Matteo Renzi, che dalla Silicon Valley ha parlato di “lavoro di cittadinanza”, quasi per sottolineare la differenza tra la sua iniziativa e quella più marcatamente assistenziale dell’M5S.

Non affrontato il dramma dell’occupazione

Che i vari schieramenti politici si occupino del tema povertà è senz’altro meritorio, visto che da anni lamentiamo una distanza siderale tra il paese reale e quello delle istituzioni. Bisogna chiedersi, però, se tanta improvvisa sensibilità verso chi sta peggio sia più frutto dell’avvicinarsi delle elezioni e se abbia implicazioni positive sul piano dell’economia.

Il grande dramma italiano di questi anni si chiama occupazione. I disoccupati sono quasi tre milioni e il tasso di occupazione è tra i più bassi d’Europa, segno che molti italiani nemmeno cercano un impiego attivamente, non avendo speranza di trovarlo. Chi lo fa tra i giovani fino a 25 anni, il 40% non lo trova. (Leggi anche: Lavoro in Italia scarso da decenni)

Misure propagandistiche?

Queste misure non vanno nella direzione di creare condizioni favorevoli al mercato del lavoro o alla crescita della produzione e degli investimenti, ma si occupano solamente di offrire un reddito minimo a chi non ce l’ha, ovvero a creare domanda aggiuntiva, anche se le cifre di cui stiamo parlando, nel caso del Ddl appena approvato, non autorizzano a prevedere alcun impatto netto significativo sui consumi interni.

Anziché proporre soluzioni non facili, ma in grado nel medio-lungo termine di contrastare le forme diffuse di povertà, puntando sulla crescita economica e la riattivazione del mercato del lavoro, maggioranza e opposizioni si combattono a suon di misure dal sapore elettoralistico e le cui conseguenze su conti pubblici e occupazione potrebbero essere negative.

Dopo i bonus le mance?

Chi finanzierà la lotta alla povertà, i contribuenti o i tagli alla spesa pubblica? E se fossero questi ultimi, non sarebbe più opportuno impiegarli per alleggerire il peso esorbitante del fisco su chi le tasse le paga, avendo la “fortuna” di lavorare, di godere di un reddito e magari di un qualche immobile? Vero, 2 miliardi di tasse in meno non sarebbero quasi nulla in un’economia, le cui entrate complessive ammontano a circa 780 miliardi, ma anche sposati verso l’assistenza pura non farebbero granché.

Preoccupa, semmai, il piano di discussione, che sembra essere sempre più una rincorsa – questa sì “populista” – a chi offre di più a chi sta male. In sé, sarebbe un segnale positivo di attenzione ai ceti deboli, peccato che certi provvedimenti arrivino con diversi anni di ritardo e che tale bontà d’animo dello stato sia alimentata dalle tasche dei soliti contribuenti, gli stessi a cui saranno chiesti presto ulteriori sacrifici, siano essi in forma di aumento dell’IVA o delle accise. Superata la politica dei bonus, ci stiamo imbattendo in quella delle mance? (Leggi anche: Governo Gentiloni volta le spalle ai bonus di Renzi)

 

 

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