Recovery Fund, i tedeschi in Europa scendono in campo contro l’inerzia della cancelliera Merkel

Il Fondo per la Ripresa non arriva, ma due tedeschi di peso in UE scendono in campo per rassicurare i mercati.

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Recovery Fund, preoccupa lo stallo

La Corte Costituzionale tedesca (la solita!) ha sospeso la ratifica del Recovery Fund da parte della Germania, in attesa che si pronunci con una sentenza sul ricorso presentato da un gruppo di oppositori. Basterebbe il “no” di un solo Parlamento europeo per portare alla fine del Fondo per la Ripresa da 750 miliardi di euro. Esso venne studiato nella primavera dello scorso anno dall’asse franco-tedesco e subito dopo dalla Commissione europea per reagire alla crisi economica scatenata dalla pandemia. Ed è servito a rassicurare i mercati finanziari sul fatto che, a differenza del 2008-’09, stavolta l’Eurozona marcerà unita contro gli effetti della dura recessione.

Il Recovery Fund è attesissimo nel Sud Europa. L’Italia avrà diritto a ottenere fino a circa 200 miliardi di euro, di cui prestiti per 120 miliardi e sussidi per 80. Il governo Draghi sta lavorando giorno e notte a riscrivere il piano da inviare alla Commissione europea per chiedere il finanziamento dei progetti. Dovranno essere concreti, immediatamente cantierabili e tesi a salvaguardare l’ambiente e a favorire la digitalizzazione dell’Italia. Il vecchio piano redatto dal governo Conte è parso semplicemente impresentabile, un libro dei sogni.

Ma adesso che i tedeschi hanno rinviato la ratifica, cosa accadrà al Recovery Fund? Se lo chiedono gli investitori per primi, se è vero che nelle ultime settimane lo spread BTp-Bund a 10 anni sia salito sopra i 100 punti base. Ma la scorsa settimana, la componente tedesca del board BCE ha voluto dire la sua. Isabel Schnabel, consigliera esecutiva, ha dichiarato che bloccare il Recovery Fund sarebbe “un disastro economico per l’Europa”. E alla rivista Der Spiegel ha spiegato ai suoi connazionali come l’aumento del debito pubblico in questa fase sia inevitabile.

Recovery Fund, il timore dei governi

Ieri, è stata la volta di un altro tedesco di peso: Klaus Regling. Il direttore generale del Meccanismo Europe di Stabilità o Fondo salva-stati ha rassicurato circa il fatto che i primi esborsi del Recovery Fund arriveranno presto. Egli ha spiegato come prima ancora della Corte di Karlsruhe, ci si attendesse che le prime erogazioni avvenissero “non prima della prima metà del 2021”. Dunque, sul piano della tempistica non sarebbe cambiato nulla. Inoltre, ha aggiunto che non rimarrebbe sorpreso se i giudici costituzionali tedeschi sentenziassero a favore del Recovery Fund, perché già in passato hanno avallato più volte piani di aiuti dell’Europa.

Se è molto probabile che la Corte Costituzionale avallerà il piano e che i primi esborsi non subiranno ritardi, resta da vedere se correderà il via libera a condizionalità più stringenti di quelle sinora concordate in Europa. Il vero timore dei governi consiste proprio in questo, cioè che si dia per scontato ciò che ancora scontato non è. La discesa in campo di Schnabel e Regling serve proprio a mettere pressione alla Corte, affinché sulla compatibilità tra il Recovery Fund e la Grundgesetz si esprima al più presto. Anche perché è ormai evidente come la cancelliera Angela Merkel abbia perso smalto, lucidità e capacità di presa sui suoi, oltre che sull’opinione pubblica. Quando mancano cinque mesi alle elezioni federali, sappiamo che il governo di Berlino è lacerato da profonde divisioni in merito al “lockdown” e non riesce a fronteggiare adeguatamente la crisi sanitaria.

La caduta di Merkel e Ursula

Sul Recovery Fund il Bundestag e il Bundesrat si erano espressi quasi all’unanimità, ma questo prima che Karlsruhe desse l’ennesima botta alle istituzioni europee. Da Bruxelles, il potere di Ursula von der Leyen di intervenire sul tema per sbloccare l’impasse appare praticamente nullo. La presidente della Commissione UE non si è mostrata all’altezza di gestire la fase delle vaccinazioni ed è finita nel tritacarne delle critiche dei governi e dei media.

L’incidente della mancata sedia ad Ankara, in Turchia, è stata la rappresentazione più grottesca della debole leadership europea. E forse non è un caso che l’unica difesa ufficiale, persino un po’ fuori dalle righe, sia arrivata dall’Italia e per bocca del solitamente misurato premier Mario Draghi. Egli ha definito il presidente Erdogan “un dittatore”, suscitando ira e sdegno in Turchia, con tanto di ambasciatore italiano convocato dal capo dello stato turco. Sarà che Draghi vuole insinuarsi in questo evidente vuoto di potere a Bruxelles per riuscire a dire la sua con maggiore vigore proprio in fase di implementazione del Recovery Fund?

Il piano, se verrà sfruttato appieno, ammonterà a più di 11 punti del PIL pre-Covid. Non solo parliamo di un sostegno molto forte alla ripresa dell’economia italiana, ma oltretutto sgraverebbe lo stato dall’emettere debito pubblico in quantità maggiore di quanto non stia già facendo in questi mesi. Il Recovery Fund rischia, però, di esitare qualche frutto solo a partire dall’anno prossimo. E nel caso di intoppi, siano essi dovuti all’Italia o alla stessa UE, l’impatto positivo sarebbe più basso delle previsioni. Ma sulla sua totale efficacia sta scommettendo tutta la politica italiana, consapevole che questa sarebbe l’ultima chiamata prima di un inevitabile collasso socio-economico e finanziario.

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