Recovery Fund bloccato non da Ungheria e Polonia, ma dai partner “frugali”

Il fondo europeo da 750 miliardi non è ancora a rischio, ma a volerlo sabotare è il Nord Europa capeggiato dall'Olanda.

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Recovery Fund non in pericolo, ma il Nord Europa trama contro

Prima era stato paralizzato dallo scontro tra Europarlamento e Consiglio europeo, adesso il Recovery Fund è rimasto vittima del veto esercitato da Ungheria e Polonia sul prossimo bilancio comunitario da oltre 1.000 miliardi, strettamente legato alla nascita del fondo Next Generation EU. Il voto di Varsavia e Budapest non è ufficiale, ma dai resoconti del Consiglio emerge che due stati hanno votato contro e poco prima dell’incontro i governi dei due paesi avevano annunciato la loro contrarietà.

Il veto è stato esercitato non in opposizione al Recovery Fund, bensì al bilancio UE per il 2021-2027. In particolare, a Ungheria e Polonia non è andata giù la clausola con cui i fondi europei verrebbero stanziati a favore solamente degli stati che rispettano lo stato di diritto. Gli stati del Nord Europa, con Olanda in testa, l’hanno pretesa e apparentemente ottenuta. Una condizione che irrita direttamente polacchi e ungheresi, anche perché i due paesi sarebbero proprio le principali vittime della postilla. Essa esclude dai fondi anche coloro che, ad esempio, non abbiano adottato una legislazione pro-Lgbt.

La Polonia è da tempo in rotta di collisione con Bruxelles sull’indipendenza della magistratura, l’Ungheria su diverse leggi considerati incompatibili con la democrazia di stampo europeo. Il punto non è parteggiare per gli uni o per gli altri, bensì capire le reali ragioni che stanno dietro a tale clausola. La Germania era contraria alla sua apposizione, fiutando il rischio di un negoziato tutto in salita sul bilancio e il Recovery Fund. Non è un caso che a puntare i piedi siano stati proprio i paesi “frugali”, quelli che sin dall’inizio sono stati ostili all’istituzione del fondo, vedendolo come una prima forma di trasferimento esplicito della ricchezza e di mutualizzazione dei debiti sovrani.

Parliamo di Olanda, Svezia, Finlandia, Austria, tanto per citare i più importanti. In sostanza, la clausola sullo stato di diritto sembra a tutti gli effetti un pretesto per tirare la corda nella speranza che la controparte la spezzi e il banco salti.

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Ungheria e Polonia non avrebbero motivo per opporsi al bilancio comunitario, essendone i principali beneficiari con fondi annuali netti ricevuti rispettivamente per la media di 5 e oltre 11,5 miliardi di euro. In altre parole, lo sviluppo di queste due economie è stato finanziato perlopiù grazie ai fondi europei nell’ultimo quindicennio. E, dunque, appare chiaro il disegno dei cosiddetti frugali di esacerbare gli animi di un pezzo d’Europa a cui scaricare le eventuali responsabilità di un flop dell’accordo sul Recovery Fund. Quest’ultimo dovrebbe iniziare a sborsare le prime tranche dei prestiti e delle sovvenzioni intorno alla metà dell’anno prossimo, ma a questo punto, più che essere in dubbio il se è il quanto a non poter essere previsto con esattezza.

Già domani si terrà una nuova riunione del Consiglio europeo e la presidenza tedesca cercherà di trovare un’intesa definitiva. La cancelliera Angela Merkel è sinceramente ben disposta verso l’approvazione, anche perché non vuole concludere la sua carriera politica con un fallimento. Come potrà accontentare gli alleati del Nord e dell’Est Europa? Chissà che non provi a giocare con le cifre, riducendo i pagamenti a carico dei primi e nei fatti anche l’entità della redistribuzione a favore degli stati fiscalmente in crisi. Di certo, il premier olandese Mark Rutte punta a minimizzare la portata del fondo, con le elezioni politiche fissate tra pochi mesi.

Si potrebbe eccepire che sia corretto legare i finanziamenti al rispetto di principi irrinunciabili. Il punto è che se il Recovery Fund è stato istituito sull’onda di un’emergenza economica provocata dalla pandemia, legarne la nascita a condizionamenti vari risulta incomprensibile.

Sarebbe come se durante l’affondamento del Titanic, a bordo delle scialuppe di salvataggio fosse stato vietato di salire ai passeggeri con precedenti penali e nel tentativo di controllare il casellario giudiziario di tutti si fosse rimasti sulla nave senza potersi mettere in salvo in tempo utile. No, lo stato di diritto non può c’entrare in un momento come questo. Se due stati sono seriamente sospettati di violare i fondamenti dell’Unione Europea, dovrebbero esserne cacciati. Qui si sta scherzando col fuoco.

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