Recessione, deflazione e populisti porranno fine agli stimoli monetari nel 2016

Sarebbe in arrivo una nuova recessione nel 2016, che gli stati cercherebbero stavolta di superare con strumenti diversi da quelli sinora utilizzati.

di , pubblicato il
Sarebbe in arrivo una nuova recessione nel 2016, che gli stati cercherebbero stavolta di superare con strumenti diversi da quelli sinora utilizzati.

Uno strategist di Bank of America, tale Michael Hartnett, ha previsto un “grande cambiamento di politica economica” nel 2016, tale da fargli lanciare un appello ai risparmiatori, affinché prendano in considerazione alcune forme di investimento al posto di altre. Secondo l’analista, le banche centrali starebbero sempre più prendendo consapevolezza dei limiti delle loro politiche monetarie, perché dopo 7 anni di stimoli senza precedenti, l’inflazione è lontana dai target presso le principali economie avanzate (USA, Eurozona, Giappone, Regno Unito, Svezia, Svizzera, etc.), la ripresa economica non appare solida e si è generata l’idea che queste politiche abbiano provocato un aumento delle disuguaglianze sociali. Sempre secondo l’analista di BofA, proprio questa convinzione starebbe rafforzando leader politici “populisti”, come Jeremy Corbyn nel Regno Unito, Donald Trump e Bernie Sanders negli USA, nonché partiti politici come Syriza in Grecia, il Fronte Nazionale in Francia, Podemos in Francia e l’SNP in Scozia. Per questo, specie se le principali economie dovessero dirigersi verso una nuova recessione, l’anno prossimo dovremmo aspettarci la fine degli stimoli monetari e l’inizio di una politica fiscale espansiva, tesa da un lato a contrastare la deflazione, dall’altro a permettere una più equa distribuzione del reddito.

Vendere azioni e comprare oro

Ecco, quindi, che Hartnett consiglia di non puntare sul mercato azionario, ma di acquistare tutto ciò che protegge dalla crescita dei prezzi, come i bond legati all’inflazione e l’oro, nonché le altre materie prime. Per contro, spiega, il processo opposto dovrebbe verificarsi in Cina, dove dopo anni di ingenti stimoli fiscali, l’economia è in deciso rallentamento, tanto che Pechino potrebbe ipotizzare adesso di puntare sull’attuazione di un suo “quantitative easing” per alleggerire la pressione sui debiti, sulla svalutazione dello yuan e sul taglio dei tassi. Un andamento speculare a quello dell’Occidente, dunque. Dalle considerazioni/previsioni dell’analista di BofA si avrebbe, dunque, la conferma che le banche centrali saprebbero di avere fallito nell’intento di ravvivare l’inflazione, il pil e l’occupazione dei rispettivi paesi, così come che i policy makers non escluderebbero una ricaduta nella recessione, quando ancora la stragrande maggioranza delle economie non si è ripresa dalla crisi del 2008-’09. C’è, poi, quasi il riconoscimento degli effetti iniqui delle politiche monetarie ultra-accomodanti, che hanno accresciuto le ricchezze dei grandi detentori di capitali liquidi, che sono stati investiti in strumenti finanziari, ricavandone un ritorno anche ingente e in breve tempo, in conseguenza del sostegno ai prezzi determinato dagli stimoli straordinari delle banche centrali. E ciò, senza che tali investimenti abbiano spesso creato ricchezza per l’economia reale.

Sta arrivando una nuova recessione?

Ma c’è un altro livello di analisi che andrebbe svolto su tali previsioni: se davvero gli stati si spostassero dagli stimoli monetari a quelli fiscali, tale strada sarebbe imboccabile da tutti? Che ne sarebbe dei parametri di Bruxelles su debito e deficit? Potrebbe, ad esempio, l’Italia fare spesa in deficit per cercare di irrobustire la sua crescita economica, quando ha già un debito al 133% del pil? Non si corre il rischio che la nuova ondata di stimoli crei nuove disuguaglianze tra le economie che possano permettersi l’uso di tali strumenti e quelle che non ne hanno la possibilità, che stando ai dati sarebbero proprio le più bisognose di crescita? Se le previsioni di Hartnett avessero un briciolo di fondamento, dovremmo ricavarne deduzioni abbastanza pessimistiche. In primis, perché confermerebbero il flop delle politiche degli ultimi anni seguite in USA ed Eurozona, in particolare; secondariamente, perché aprirebbero uno scenario ancora meno rassicurante, dato che la crisi, nata da un eccesso di debiti privati, offrirebbe un nuovo colpo di coda e si cercherebbe di superarla con il ricorso al debito pubblico. E se 7 anni fa vi erano margini di manovra nei bilanci pubblici, oggi sono di molto diminuiti, per alcuni, come l’Italia, sono inesistenti.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: