Reality check sull’uscita dall’euro

Uscire dall'euro si può, ma come? L'economista e giornalista Stefano Fugazzi ci spiega quali opzioni avrebbe l'Italia sul piano legale, nel caso volesse tornare alla lira.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Uscire dall'euro si può, ma come? L'economista e giornalista Stefano Fugazzi ci spiega quali opzioni avrebbe l'Italia sul piano legale, nel caso volesse tornare alla lira.

L’autore di questo post è Stefano Fugazzi, Senior Risk Manager e giornalista residente a Londra. Autore di diversi libri tra cui “ABC Italia” e “Fake News Fake President”. Laureatosi in economia a Dublino, ha ottenuto un Master in Strategic Management presso la Michael Smurfit Graduate School of Business.

Il dibattito sull’uscita dell’Italia dall’euro ha iniziato a prendere piede nel 2011 quando l’effetto domino causato dalla crisi greca ha spostato l’attenzione mediatica sul Bel Paese, alimentando dubbi sulla sostenibilità dei nostri conti pubblici e la permanenza dei paesi periferici nell’eurozona. Le politiche di austerità promosse dal governo Monti su richiesta della Bce e dell’Eurogruppo, invece di rilanciare la nostra economia, hanno contribuito a deprimere ulteriormente la domanda interna e a diffondere il pensiero noeuro in Italia.

Italia fuori dall’euro? Adesso non lo vogliono nemmeno i populisti

I noeuro italiani sono convinti che l’Italia debba uscire dalla moneta unica per riappropriarsi della sovranità monetaria e politica. Sebbene vi sia una comunanza d’intenti, gli euroscettici italiani differiscono sulle modalità d’esecuzione della strategia euroexit.

Da diversi anni Alberto Bagnai, senatore neoeletto in quota Lega e professore associato all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara, sostiene la necessità di provvedere a uno smantellamento controllato dell’euro. Secondo Bagnai si potrebbe attuare una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere, per qualche tempo, la moneta comune dei paesi meno competitivi. Questa fase di transizione si concluderebbe con il ritorno alle valute nazionali o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei.

Più “interventista” è invece la posizione caldeggiata dal leader del Carroccio, Matteo Salvini (“Per uscire dall’euro non serve un referendum, basta un decreto. Serve un blitz veloce, dalla sera alla mattina”) e da svariati movimenti e associazioni noeuro. Il loro auspicio sarebbe un’uscita secca dalla moneta unica.

Italia fuori dall’euro? Ecco come e cosa accadrebbe con il ritorno alla lira

Sebbene gli euroscettici italiani concordino sulla necessità di procedere all’euroexit per traghettare il Paese fuori dalla crisi, praticamente nessuno è stato in grado di illustrare in maniera esaustiva l’iter da seguire all’interno dell’assetto giuridico ed istituzionale corrente. Gli euroscettici italiani hanno invece preferito mischiare ulteriormente le carte suggerendo di affiancare una moneta quasi completamente alla moneta unica (cfr. la moneta fiscale di Marco Cattaneo e i minibot del consigliere economico della Lega, Claudio Borghi).

Come uscire legalmente dall’euro

Da un punto di vista legale, uno Stato membro può decidere di uscire dall’Eurozona. Le opzioni a disposizione sono due.

La prima consiste nel seguire l’esempio della Gran Bretagna, richiedendo l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che definisce la procedura per lasciare volontariamente l’Unione europea.

La decisione di lasciare l’Unione europea implicherebbe che uno Stato membro intenda anche rescindere tutti gli accordi stipulati con Bruxelles, inclusa l’adesione all’unione monetaria, in quanto il Trattato di Lisbona non prevede una clausola che consenta a un paese di lasciare l’Eurozona e allo stesso tempo, mantenere la sua appartenenza all’Ue.

Il trattato di Lisbona stabilisce che l’unione monetaria è un processo “irreversibile e irrevocabile”, un concetto ribadito da Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea (Bce), in diverse occasioni nel corso dell’ultimo quinquennio. L’unico modo per fare marcia indietro sull’euro è pertanto quello di ricorrere a un’uscita unilaterale sia dall’unione monetaria che dall’Ue. Tuttavia, i trattati europei non specificano le procedure di recesso dalla moneta unica. Pertanto la seconda opzione prevede che uno Stato possa uscire dall’euro pur rimanendo all’interno dell’Ue. Secondo la Convenzione di Vienna, uno Stato ha il diritto di sospendere o addirittura di ritirarsi da un trattato internazionale.

Gli articoli 61 e 62 della Convenzione di Vienna consentono a un paese di rescindere un accordo in base a un cambiamento fondamentale delle circostanze rispetto quelle esistenti al momento della ratifica del trattato.

Un paese come la Grecia potrebbe concludere che l’adozione della moneta unica e le conseguenti cessioni di sovranità politica ed economica abbiano stravolto il quadro economico e gli equilibri sociali.

Inoltre, l’articolo 44 della Convenzione di Vienna (“divisibilità delle disposizioni di un trattato”) permette a uno Stato di non aderire a tutte clausole di un trattato.

Attualmente gli unici due Stati membri dell’Ue che non sono obbligati ad adottare l’euro sono il Regno Unito e la Danimarca. Il Regno Unito si è assicurato la deroga durante i negoziati per il Trattato di Maastricht, mentre un protocollo ha dato alla Danimarca il diritto di decidere se e quando entrare nella zona euro.

In base a questi precedenti storici, uno Stato membro potrebbe concludere che le clausole legate all’adesione all’unione monetaria possano essere separate dal resto del trattato.  Non vi è, tuttavia, assoluta certezza che uno paese membro dell’Ue possa appellarsi alla Convenzione di Vienna in quanto non tutti gli Stati membri, come la Francia e la Romania, hanno ratificato il trattato internazionale entrato in vigore nel 1980.

Il costo (salato) di un ritorno alla lira

Sebbene l’euroexit sia legalmente possibile, l’ostacolo principale rimane nella gestione della fase di transizione fuori dalla moneta unica.

L’Articolo 50 stabilisce che i negoziati sul recesso debbano concludersi entro un periodo di due anni, anche se le negoziazioni della Brexit suggeriscono una tempistica più lunga rispetto a quella sancita dai trattati. Il periodo di transizione deve tenere conto di un possibile braccio di ferro tra il Paese in procinto di lasciare l’Eurozona (e l’Ue) e gli altri membri dell’area valutaria, in modo particolare per quanto riguarda il saldo dei debiti accumulati dagli Stati meno virtuosi attraverso il Target 2, il sistema di pagamenti interbancario dell’area euro.

“Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la Bce dovrebbero essere risolti in toto”, ha ricordato Draghi lo scorso anno. 

Secondo gli ultimi dati di Euro Crisis Monitor, l’Italia ha accumulato passività all’interno del Target 2 per quasi 440 miliardi di euro. Ecco il conto, alquanto salato da pagare per tornare alla lira.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Italia

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