Rating agenzie al sud peggiorati sotto l’euro, debiti più sicuri con le monete nazionali?

I giudizi delle agenzie di rating sull'Italia sembrano delineare una storia negativa per l'euro: il nostro debito pubblico era ritenuto più sicuro con la lira.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I giudizi delle agenzie di rating sull'Italia sembrano delineare una storia negativa per l'euro: il nostro debito pubblico era ritenuto più sicuro con la lira.

Venerdì scorso, Moody’s ha declassato il debito sovrano italiano di un gradino a “Baa3” con outlook stabile, praticamente a un solo passo dal livello “non investment grade” o “spazzatura”, per utilizzare una terminologia giornalistica cruda. Tra un paio di giorni sarà la volta di S&P, la principale agenzia di rating al mondo, che solo un anno fa ci promuoveva a “BBB” da “BBB-” e che si attende ci riporti nuovamente al livello precedente, anche in questo caso un gradino al di sopra della valutazione “spazzatura”. L’operato delle agenzie di rating è stato oggetto di attenzioni persino dei giudici italiani negli anni recenti. I tre istituti principali (S&P, Moody’s e Fitch) assegnano il giudizio al 92% degli emittenti mondiali di debito, siano essi pubblici che privati. Con lo scoppio della crisi finanziaria nel 2008, si è reso palese come il loro lavoro sia stato spesso viziato da conflitti di interesse (si trovano a giudicare anche società da cui risultano partecipate) e dall’incapacità di prevedere per tempo le reali condizioni finanziarie delle società oggetto di valutazione. Come non ricordare che Lehman Brothers fosse valutata perfettamente solvibile prima del collasso, con giudizio “AA” espresso da Moody’s, equivalente a un voto 9 assegnato da un professore sul compito in classe di uno studente?

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Eppure, attaccare le agenzie di rating non aiuta i debiti a divenire più rassicuranti agli occhi degli investitori. I loro giudizi, per quanto imperfetti, possono considerarsi una sorta di termometro per misurare la febbre del paziente, anche se la vera valutazione la svolge ul mercato con la domanda e l’offerta dei titoli. Anche in occasione del recente “downgrade” di Moody’s ci si è soffermati su un aspetto poco chiaro, ossia se la variazione del rating sia condizionato dalla direzione dei mercati e se a sua volta la influenza. In pratica, il solo fatto che i rendimenti di un bond salgano parecchio finisce per impattare negativamente il giudizio delle agenzie, le quali quasi prendono atto della lievitazione dei costi sostenuti dal debitore per rifinanziarsi. Questo implicherebbe, però, che le agenzie non sarebbero i veri fari del mercato, semmai che sarebbe vero, in parte, il contrario. E se le agenzie non fanno che compiacere il mercato, com’è emerso lampante con lo scoppio della crisi di 10 anni fa, che ci stanno realmente a fare? Sarebbe come se un insegnante desse buoni voti a uno studente solo perché ha fama di essere bravo e diligente e non sulla base dei compiti effettivamente svolti, mentre bocciasse un altro studente perché non godrebbe di buona nomea, anche se alle interrogazioni avrebbe meritato di strappare almeno la sufficienza.

Il peggioramento dei rating al sud con l’euro

Mentre continueremo anche in futuro a chiederci se le agenzie di rating assecondino il mercato per non indispettirlo, avendo interessi intrecciati a quelli di buona parte degli attori finanziari – il finanziere Warren Buffett, ad esempio, è azionista di Moody’s – ci sono alcuni dati storici su cui non esistono dibattiti, perché parlano da soli: contrariamente a quanto ci saremmo attesi, i rating sovrani nel Sud Europa sono peggiorati sotto l’euro. L’Italia non ha mai goduto della tripla A sui suoi BTp, ma esordì nelle valutazioni delle agenzie tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta con “Aaa” per Moody’s, “AA+” per S&P e “AA-” per Fitch. Erano gli anni in cui il debito pubblico tricolore viaggiava fino al record (allora) del 124% del pil, dei rendimenti sovrani a doppia cifra e dell’inflazione alta. Eppure, il termometro segnava temperatura 36, ossia assenza di febbre. Stavamo bene? No, ma evidentemente non venivamo percepiti come malati, come se il dottore ci dicesse allora che ne avremmo avuto per qualche giorno, ma che non avessimo nulla di cui preoccuparci. Tali valutazioni sono rimaste sostanzialmente inalterate, pur a fronte di qualche declassamento, fino al 2011, quando iniziò la sequenza drammatica dei declassamenti, che ci portarono formalmente in “B” sin dal gennaio del 2012.

Lo stesso percorso è stato seguito dal resto del Sud Europa. Il Portogallo, ad esempio, beneficiò di diverse promozioni fino agli inizi degli anni Duemila, ma dopo che ha iniziato a mettersi in tasca l’euro ha subito qualche declassamento. Nulla rispetto a quanto gli accadeva sin dal 2010 e che portava Lisbona a perdere lo status di “investment grade” sin dal 2011, riguadagnandoselo solo negli ultimi 13 mesi con gli upgrade delle agenzie, a riconoscimento sia degli sforzi compiuti sul fronte fiscale dopo un triennio di assistenza finanziaria da parte della Troika (UE, BCE e FMI), sia della vigorosa crescita economica di questi anni. E la Spagna? Tripla A tra la fine del 2003 e il 2009. Furono gli anni del boom economico, trainato dalla bolla immobiliare, che consentirono a Madrid di far parte a tutti gli effetti delle economie avanzate dell’Occidente, in ritardo di sviluppo rispetto ai partner europei. Poi, il drammatico crollo iniziato con la crisi finanziaria, dalla quale è uscita definitivamente da qualche anno, pur mantenendo livelli di disoccupazione altissimi. I rating, tuttavia, continuano a restare bassi, “BBB+” per S&P e Fitch e “Baa1” per Moody’s.

Debito pubblico italiano poco sopra il livello “spazzatura”, ma ecco perché restiamo un’economia sana 

In definitiva, si stava meglio quando si stava peggio? Sembra che le agenzie valutino i debiti sovrani odierni del Sud Europa maggiormente a rischio di quando vi circolavano le monete nazionali, ossia la lira italiana, la peseta spagnola e l’escudo lusitano. Troppo facile l’equazione euro uguale aumento dei rischi sovrani. In effetti, la storia sarebbe più complessa, perché nulla si capirebbe senza conoscere cosa sia successo nell’ultimo decennio nel mondo, durante il quale i debiti sovrani sono complessivamente esplosi, rendendo più severo il giudizio degli investitori sugli stati più esposti. E, però, l’Italia segnala che qualche problema dovremmo porcelo, se è vero che nel pieno della tempesta economico-finanziaria di un quarto di secolo fa, con disavanzi commerciali e delle partite correnti cronici, tutto sommato le agenzie esprimevano giudizi ben più positivi sulla solvibilità del nostro debito, quando oggi i BTp flirtano con il termine “spazzatura”, nonostante le esportazioni nette e il saldo corrente attivo. Non è che per caso persino le tre sorelle, come vengono definite sui mercati le principali agenzie, riconoscano implicitamente che l’euro e non il debito in sé sia una gabbia per il Sud Europa e, in particolare, per l’Italia?

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa