Rapper africani in rivolta contro il “colonialismo francese” e per una moneta sovrana

I rapper di diversi stati africani cantano contro il colonialismo francese e mettono nel mirino il franco CFA, a loro dire retaggio di un'era della "schiavitù". Ma la moneta unica delle 14 economie è davvero per loro un male?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I rapper di diversi stati africani cantano contro il colonialismo francese e mettono nel mirino il franco CFA, a loro dire retaggio di un'era della

La Francia ha appena vinto i Mondiali di Russia 2018, disputando la finale a Mosca contro la Croazia. In patria e all’estero è esplosa la polemica sulla presenza, per alcuni “eccessiva”, di giocatori neri. Parte dell’opinione pubblica vede i bleus come la scommessa vinta della società multiculturale, altri li ritengono il volto dell’eredità coloniale, contro cui si scaglia in Africa una decina di rapper di 7 stati diversi. Il gruppo si sta facendo interprete di un sentimento latente tra le popolazioni vittime un tempo del colonialismo francese e che sta mettendo nel mirino quello che definisce “l’ultimo scampolo” di quell’era, ovvero il franco CFA. Di cosa parliamo? Ben 14 stati africani, di cui 8 dell’Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e 6 dell’Africa Centrale (Camerun, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica Centrafricana) hanno adottato sin dal 1945 una moneta legata al franco francese prima e all’euro dopo.

14 economie africane a rischio se sparisse l’euro

Le banche centrali di questi paesi sono tenute a depositare presso la Banca di Francia la metà delle loro riserve in valuta estera, così da consentire che Parigi assicuri il mantenimento del “peg”, fissato a 656 franchi CFA contro un euro. Al momento, detengono presso la banca centrale francese 17 miliardi di euro, sui quali sono tenute a versare gli interessi, pur in percentuale minima. Inaccettabile per i rapper in questione, che stanno mettendo pressione ai rispettivi governi, i quali del tema non vorrebbero sentire parlare, anche perché una soluzione alla portata non vi sarebbe.

Non vi è dubbio che la nascita del franco CFA sia stata una conseguenza del colonialismo francese. Tuttavia, non per questo dovremmo considerarla negativamente. Si prenda il Senegal: dal 2000 ad oggi, ha registrato tassi medi d’inflazione dell’1,8% all’anno; la Costa d’Avorio ha visto crescere i prezzi ogni anno della media del 2,1% in questo Millennio. Per contro, il Ghana, che non fa parte dell’area valutaria francofona, dal 2000 ha visto esplodere i prezzi complessivamente dell’850% per un incremento annuo medio del 13,3%. Dunque, l’aggancio all’euro ha recato certamente il beneficio della stabilità dei prezzi nell’area, che non è cosa da poco, se consideriamo l’inflazione spesso a due cifre nelle economie emergenti e le zone più povere del continente nero.

Sovranità monetaria o più flessibilità?

Per contro, diversi paesi dei due gruppi lamentano tassi di crescita del pil insufficienti e inferiori rispetto alle altre economie dell’Africa sub-sahariana. In realtà, l’equazione tra franco CFA e bassa crescita non è facile da dimostrare, né è detto che il pil stia davvero crescendo poco nelle economie coinvolte. Sempre il Senegal registra tassi medi del 4,5% all’anno dal 2000, mentre altre economie come la Costa d’Avorio, reduci da sanguinose guerre nei decenni passati, mostrano una decisa accelerazione nell’ultimo quinquennio, trainate dalle esportazioni di materie prime. La bassa inflazione protegge i consumatori interni e la stabilità dei cambi consente all’area di godere di prezzi alle importazioni non altalenanti. Che il franco CFA sia forte rispetto ai fondamentali di alcune o tutte le economie coinvolte non sarebbe in sé provato.

Peraltro, economie come Costa d’Avorio e Ciad sono molto legate alle materie prime, le cui oscillazioni dei prezzi tenderebbero a ripercuotersi negativamente sui cambi e sugli stessi prezzi interni, provocando instabilità sociale e politica. Vero è, però, che nelle fasi avverse attraversate dai mercati delle commodities, la rigidità del cambio non consente ai governi di attutire il crollo delle riserve valutarie e i minori ricavi si traducono automaticamente in minori entrate statali, con tutte le conseguenze negative sul piano socio-economico. Se queste valute emergenti si deprezzassero con il tonfo dei prezzi di cacao, petrolio, etc., ai minori dollari in ingresso corrisponderebbe un aumento di valore degli stessi ricavi in valuta locale e si eviterebbe una crisi fiscale, pur al costo di una inflazione più alta.

Prima, però, di inveire contro un sistema monetario, bisognerebbe avere pronta un’alternativa. Al momento, semplicemente non esiste. Si tornerebbe alle monete nazionali o si manterrebbe una moneta unica tra le 14 economie, ma sganciata dall’euro? Se i governi optassero per questa seconda opzione, troverebbero molto più comodo reclamare una maggiore flessibilità nella fissazione della parità. In pratica, basterebbe consentire oscillazioni quotidiane limitate o fissare una banda di oscillazione massima entro cui il franco CFA fluttuerebbe contro la moneta unica, a seconda della domanda e dell’offerta, rispecchiando maggiormente i fondamentali di queste economie. Pur essendo incontrovertibilmente un retaggio coloniale, la moneta francofona in sé non danneggia le economie locali e come dimostra un altro stato africano, lo Zimbabwe, la sovranità monetaria resta un concetto vuoto senza la necessaria capacità nel gestirla.

Sovranità monetaria senza valore in assenza di fiducia

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Argomenti: economie emergenti, Francia, valute emergenti

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