Quotazioni del petrolio ai massimi da marzo, eppure rischiano il crollo di aprile

Tensioni alla vigilia del vertice OPEC tra gli stati membri. Il cartello vacilla sempre più.

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Petrolio ai massimi da maggio

Le quotazioni del petrolio si sono riportate ai massimi dal marzo scorso, con il Brent ieri ad essere salito fino in area 47 dollari al barile. Dalla notizia di Pfizer del primo vaccino anti-Covid disponibile a breve, hanno guadagnato circa il 18%. La fine prevedibile della pandemia per i prossimi mesi rinvigorisce le prospettive per l’economia mondiale e le attese per la domanda stessa di greggio. Agli inizi di settimana prossima, l’OPEC si riunisce per aggiornare le sue decisioni in tema di quote di produzione dopo il maxi-taglio di 9,7 milioni di barili al giorno deciso nella primavera scorsa per reagire al collasso della domanda. In agosto, l’organizzazione che riunisce 13 paesi esportatori di petrolio hanno ridotto il taglio di 2 milioni, portandolo a 7,7 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-Covid.

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Dal prossimo mese di gennaio, il taglio giornaliero dovrebbe essere ulteriormente ridotto di un paio di milioni di barili, ma gli analisti e la stessa OPEC concorderebbero sul fatto che l’allentamento debba essere rinviato di almeno 3-6 mesi. Se è vero che l’imminente commercializzazione di uno o più vaccino farà bene all’economia mondiale, del resto i risultati sulla domanda non si vedranno subito.

Il problema è che il cartello si mostra al suo interno molto diviso, a tal punto che è stata fatta circolare appositamente la voce che gli Emirati Arabi Uniti stiano per abbandonarlo, ritenendolo poco efficace per la difesa dei loro interessi. Terzo produttore OPEC con 2,5 milioni di barili al giorno, Dubai non ha adempiuto del tutto ai suoi obblighi, riducendo l’offerta del 40% in meno di quanto avrebbe dovuto. Ma l’alleato storico dell’Arabia Saudita ha chiarito che non intende portare avanti l’intesa senza che tutti dimostrino di aderirvi. E il riferimento non è solo ai membri del cartello, bensì anche ai 10 paesi esterni, tra cui la Russia, che ormai da anni con esso pattuiscono accordi per stabilizzare il mercato mondiale, dando vita al cosiddetto OPEC Plus.

Proprio Mosca è finita nel mirino dell’emirato, rea di non tagliare l’offerta come promesso e di volerne prendere il posto di alleato stretto dei sauditi.

Scarsa disciplina nell’OPEC

Peraltro, in poche settimane la Libia è riuscita ad aumentare la sua produzione di 1 milione di barili al giorno, mentre la Nigeria chiede che parte delle sue estrazioni non vengano computate nell’accordo per via della diversa tipologia di greggio. E l’Iraq continua a sovra-produrre rispetto al taglio a cui dovrebbe ottemperare, ragione per cui tra qualche giorno il vertice OPEC rischia il flop. La sensazione è che la minaccia di Dubai di uscire dal cartello sia solo tattica, ma il punto non sarebbe solo e tanto quello. Senza accordo sul rinvio dell’allentamento, sul mercato arriveranno tra poco più di un mese altri 2 milioni di barili al giorno, già di per sé difficili da assorbire in piena seconda ondata di contagi e forse anche per allora alle prese con una terza. Se, poi, per ripicca ciascun paese decidesse di alzare la propria quota in piena autonomia, così come avvenuto a marzo, quando i sauditi impennarono la produzione per punire i russi riottosi a un’intesa, l’offerta salirebbe repentinamente. Per le quotazioni, sarebbe una tragedia. Ad aprile, a seguito del colpo del KO di Riad, registrarono un tonfo fin sotto i 17 dollari e quelle del WTI americano collassarono a -37 dollari, la prima volta nella storia di prezzi negativi per un bene di consumo.

Proprio l’ottimismo sul vaccino spingerebbe all’azzardo più di un membro OPEC. Se in piena emergenza non c’è stata collaborazione da parte di oltre la metà dei componenti dell’organizzazione, difficile che essa arrivi adesso con il timido miglioramento della domanda.

I sauditi accetteranno di chiudere un occhio o imporranno agli alleati un minimo di disciplina come in primavera?

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