Quota 102 dal 2022? La soluzione c’è già con la legge Fornero, ecco quale

Quota 100 fino al 2021, ma dopo è tutto un rebus. Il governo ipotizza di alzarla a quota 102, ma la soluzione sarebbe forse di rivedere la pensione anticipata prevista dalla legge Fornero. Ecco come.

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Quota 100 fino al 2021, ma dopo è tutto un rebus. Il governo ipotizza di alzarla a quota 102, ma la soluzione sarebbe forse di rivedere la pensione anticipata prevista dalla legge Fornero. Ecco come.

Quota 100 durerà fino al 2021, essendo stata varata nel 2018 e a decorrere dall’aprile del 2019 come una sperimentazione triennale. Al termine del periodo, dunque, non vi è alcuna certezza che venga prorogata, anzi i segnali che sono arrivati negli ultimi mesi dal governo “giallo-rosso” sono stati contrastanti. Da una parte, il Movimento 5 Stelle difende la misura adottata di concerto con l’ex alleato leghista, dall’altra il PD non può che osteggiarne la prosecuzione oltre la scadenza, avendola combattuta strenuamente in Parlamento e fuori. Una delle ipotesi che circola in queste settimane sarebbe di rimpiazzare quota 100 con quota 102 dal 2022.

TFS senza anticipo, con quota 100 quando è possibile prenderlo?

Stando alle regole attuali, un lavoratore può andare in pensione prima dell’età ufficiale, se munito di almeno 62 anni di età e 38 di contributi. Dunque, la somma minima per uscire dal lavoro deve fare 100 tra età anagrafica e anni di contribuzione versata, dati i minimi previsti per l’una e gli altri. Con quota 102, l’età minima salirebbe a 64 anni, fermo restando i 38 di contributi. Troppi per i sindacati. Inoltre, chi andasse in pensione con quota 102 dovrebbe accettare il calcolo dell’assegno integralmente con il metodo contributivo. Non sarebbe raro assistere a un taglio del 20-30% rispetto al metodo misto (retributivo pro-quota fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi).

Non sarà facile per nessun governo abbandonare del tutto la sperimentazione di questo triennio in corso, né procrastinarla per il futuro, dato il costo per lo stato. Strano a dirsi, ma proprio la legge Fornero offrirebbe la soluzione che tutti stiamo cercando da anni per ammorbidirne le rigidità. Se è vero che essa abbia aumentato l’età pensionabile per uomini e, soprattutto, donne, altresì ha previsto una scappatoia con la pensione anticipata a 64 anni di età e 20 di contributi.

Ma c’è un criterio stringente che rende questa via d’uscita poco utilizzata: l’assegno mensile così determinato dovrebbe risultare almeno 2,8 volte quello sociale, che per il 2020 è stato fissato a 460 euro.

Come funziona la pensione anticipata contributiva

Pertanto, oggi con la legge Fornero si potrebbe andare in pensione a 64 anni e con soli 20 anni di contributi versati, a patto di percepire 1.288 euro al mese. Non è finita. Questa previsione è valida solo per i lavoratori che abbiano aperto la loro posizione contributiva dopo il 31 dicembre 1995. Infine, i 20 anni di contributi versati devono essere effettivi, cioè si escludono i periodi di contribuzione figurativa come malattia, disoccupazione, riscatti, etc. In pochi, quindi, potrebbero avvalersi di questa norma, anche perché raggiungere un assegno così relativamente elevato con il metodo esclusivamente contributivo, senza alcun contributo figurativo e oltre tutto con una carriera lavorativa di 24-25 anni (a decorrere dal 1996 fino ad oggi) non è semplice.

Tuttavia, se anziché ricorrere ad eccezioni sempre più frequenti e chiacchierate, la politica trovasse un’intesa per rendere più alla portata proprio la pensione anticipata contributiva, magari abbassando l’importo minimo dell’assegno da percepire per accedervi, forse avremmo trovato una soluzione finalmente definitiva alla rigidità della Fornero. Se si abbassasse a 2 volte l’importo rispetto all’assegno sociale, oggi come oggi sarebbe sufficiente maturare una pensione mensile di 920 euro per uscire dal lavoro a 64 anni. La platea dei beneficiari si amplierebbe enormemente, specie se si consentisse l’accesso anche ai lavoratori che abbiano aperto la loro posizione contributiva prima del 1996, fermo restando il calcolo interamente con il metodo contributivo.

Agli italiani servono chiarezza e flessibilità. Chiarezza, perché oggi esistono troppe eccezioni alla regola e spesso frutto di contrattazioni tra governo e rappresentanti di singole categorie, rendendo farraginoso e iniquo il nostro sistema di uscita dal lavoro. Flessibilità, perché deve essere garantito a tutti un margine temporale per scegliere se restare al lavoro o meno, magari a fronte di un sistema di incentivi/disincentivi.

I conti dell’Inps hanno le loro ragioni, ma non dimentichiamoci che i contributi versati rappresentano un credito dell’assicurato e le leggi non possono irrigidire eccessivamente la loro fruizione, altrimenti si creano drammi tra i lavoratori e con conseguenze destabilizzanti per la stessa tenuta delle istituzioni. Cosa avvenuta dal 2012 in poi.

Cancellare la legge Fornero non è lesa maestà, purché non si torni al passato

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