Quel risanamento dei conti pubblici mancato dalle dimissioni di Berlusconi

Conti pubblici risanati dopo la caduta del governo Berlusconi? I numeri dicono il contrario e la tendenza preoccupa.

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Conti pubblici risanati dopo la caduta del governo Berlusconi? I numeri dicono il contrario e la tendenza preoccupa.

I dati sul debito pubblico italiano a giugno, pubblicati venerdì scorso dalla Banca d’Italia, segnalano un avvicinamento a quota 2.300 miliardi di euro, segnando l’ennesimo record assoluto e, soprattutto, una tendenza incessante alla crescita, pur al netto delle variazioni delle scorte di liquidità. Quest’anno, grazie all’accelerazione del pil, per la prima volta da un decennio potremmo assistere a un calo del rapporto debito/pil da quasi il 133% attuale, ma nulla rende meno preoccupanti queste cifre. Sembravano altre le premesse, quando l’allora premier Silvio Berlusconi lasciava Palazzo Chigi, tramortito dalla crisi dello spread e accusato dagli avversari politici interni e persino da “alleati” in Europa di essere fonte di lassismo fiscale. (Leggi anche: Debito pubblico record a giugno, investitori stranieri in fuga)

Eppure, non si può certo dire che da allora le cose siano migliorate per i nostri conti pubblici. Il debito è salito da quel novembre 2011 al giugno scorso di quasi 380 miliardi di euro, a fronte di una crescita del pil nominale di nemmeno 70 miliardi. Per essere chiari, in questi quasi 6 anni di era post-berlusconiana sono stati generati 5,6 euro di debito pubblico per ogni euro di ricchezza in più.

Accelerazione del debito, non del pil

Guardando ai numeri del precedente decennio, si capisce come stiamo parlando di un netto peggioramento, non certo di una fase di risanamento fiscale. Tra il 2001 e il 2011, il debito pubblico italiano risulta cresciuto di 545 miliardi, ma a fronte di un aumento del pil nominale di quasi 325 miliardi. Anche mettendo in conto il ricalcolo del pil, che ne ha innalzato il valore di una sessantina di miliardi per il 2011, la sostanza del ragionamento non cambia granché.

Per ogni euro di ricchezza prodotta in più, l’indebitamento cresceva nel periodo di 1,7 euro.

Non è mai facile e immediato comparare due periodi diversi. Per quanto bassa sia stata, la crescita fu positiva nei primi anni del Millennio e l’inflazione risultava ben superiore ai livelli attuali, sostanzialmente nulli da 3 anni. Resta il fatto che con l’arrivo dei tecnici al governo non si è assistito né a un’accelerazione della crescita, né tanto meno a una stabilizzazione del debito. La prima è stata pari a un miserrimo 4% nominale in 6 anni, mentre il secondo è esploso di quasi il 20%. Ad aggravare l’analisi vi è la constatazione che ciò sia avvenuto in piena era di azzeramento dei tassi di mercato, con l’Italia passata in breve tempo dalla crisi dello spread a rendimenti sovrani ai minimi storici e persino negativi per le scadenze più brevi. Pensate se ci fossimo indebitati ai costi lasciati sostenuti dall’ultimo governo Berlusconi, pur escludendo quelli insostenibili degli ultimi drammatici mesi del 2011. (Leggi anche: Austerità solo con Berlusconi-Monti)

 

 

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