Quantitative easing, il vero motivo (forse) per cui Draghi non taglia ancora gli stimoli

La BCE di Draghi non dovrebbe segnalare un taglio futuro degli stimoli monetari al board di giugno. Dietro al loro mantenimento potrebbe nascondersi un obiettivo non dichiarato.

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La BCE di Draghi non dovrebbe segnalare un taglio futuro degli stimoli monetari al board di giugno. Dietro al loro mantenimento potrebbe nascondersi un obiettivo non dichiarato.

In audizione all’Europarlamento, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha allontanato la prospettiva di un ritiro graduale degli stimoli monetari, sostenendo che sarebbe ancora presto per convincere l’istituto a cambiare politica monetaria. Ci sarebbe ancora bisogno della leva monetaria, pur accompagnata dall’azione dei governi per dare credibilità all’Eurozona. E’ questo il succo dell’intervento di ieri del numero uno di Francoforte. Dunque, niente annuncio imminente del taglio degli stimoli, meno che mai di un prossimo rialzo dei tassi. E’ ancora forte il ricordo del “taper tantrum”, la “collera” scatenatasi sui mercati finanziari nella primavera di quattro anni fa, quando l’allora governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, avvertiva che entro la fine del 2013 avrebbe iniziato a ritirare gli stimoli monetari, varati dalla fine del 2008 con tre cicli di “quantitative easing”. (Leggi anche: Quantitative easing, come Draghi ha fatto bene anche ai tedeschi)

Draghi non vuole scuotere i mercati in una fase di apparente ritorno della fiducia, dopo che le principali tensioni legate alla lunga fase elettorale nell’Eurozona sembrano essere svanite con il voto in Francia. Ma dietro all’ostentata volontà di non porre fine alle politiche ultra-espansive – si sa – c’è il timore, in particolare, che le economie più indebitate come l’Italia non sarebbero in grado ancora di reggere un ambiente di tassi più alti.

Il target d’inflazione

Questa la spiegazione più diffusa e quasi ammessa dallo stesso Draghi, che pochi giorni fa avvertiva proprio sui rischi per i paesi più deboli, derivanti dall’avvio della stretta monetaria. Tuttavia, potrebbe anche esservi un’altra spiegazione, niente affatto alternativa, a completamento del ragionamento in corso a Francoforte.

La BCE punta ufficialmente a un target d’inflazione “vicina, ma poco inferiore al 2%”. Per l’Eurozona, trattandosi di 19 economie, essa consta in una media tra i vari tassi d’inflazione vigenti nei 19 stati membri. Un’inflazione media del 2% potrebbe riflettere, quindi, un dato più alto in un paese e uno più basso in un altro. Del resto, anche all’interno della stessa economia si registrano differenze tra regione e regione o area ed area, anche sulla base del grado di dinamismo economico di ciascuna. (Leggi anche: E’ tornata l’inflazione, ma gli italiani hanno poco da gioire)

Inflazione tedesca lievemente più alta

L’inflazione in Germania è stata negli ultimi mesi superiore a quella dell’Eurozona, rispecchiando un’economia in buona salute e con un livello di disoccupazione ai minimi dalla caduta del Muro di Berlino. In Italia, invece, pur essendo storicamente più elevata, a causa di un alto tasso di disoccupazione e di una crescita del pil sostanzialmente stagnante, i prezzi si muovono ancora con maggiore lentezza. (Leggi anche: Quando saliranno rendimenti Bund con inflazione in Germania al 2%?)

Questo fenomeno in sé – la più alta inflazione in Germania – è assai interessante, perché se fosse accentuato e protratto nel tempo, finirebbe per ridurre le divergenze tra le economie del Nord e quelle del Sud Europa, rendendo meno necessaria in quest’ultimo quella che è stata definita in questi anni la “svalutazione interna”.

Divergenza tra inflazione tedesca e italiana diminuita

Un’inflazione più alta implica minore competitività per un paese, perché i prezzi dei suoi beni e servizi esportati tenderebbero a crescere di più di quelli dei paesi concorrenti. Dalla nascita nell’Eurozona al 2007, ultimo anno prima della crisi, l’Italia ha registrato un’inflazione cumulata superiore al 22% contro il nemmeno 14,5% della Germania. In assenza di aggiustamenti possibili sul fronte del cambio, ciò ha equivalso a una perdita di competitività per le nostre merci rispetto a quelle tedesche. In generale, l’Eurozona ha accumulato nel periodo un’inflazione inferiore di un punto e mezzo rispetto alla nostra. (Leggi anche: Prezzi italiani, competitività persa e guadagnata contro chi?)

Dal 2008 alla fine dello scorso anno, le cose non sono cambiate, ma almeno il differenziale d’inflazione tra Germania e Italia si è ridotto a meno del 2%: 11,8% contro 13,5%. Nell’intera area, i prezzi risultano cresciuti del 13%, ovvero sostanzialmente quando da noi. Cosa significa? Il made in Italy continuerebbe a perdere competitività rispetto alle merci made in Germany, ma a un ritmo assai inferiore che in passato. Anzi, restringendo lo sguardo agli ultimissimi anni, l’Italia ha guadagnato competitività, esibendo un’inflazione più bassa di quella tedesca.

Draghi punta a un’inflazione più alta in Germania?

Se la Germania continuasse per anni a registrare un’inflazione più alta di quella in Italia, per effetto del surriscaldamento della sua economia con una politica della BCE ancora molto espansiva, le relazioni commerciali tra i due paesi tenderebbero a riequilibrarsi in nostro favore. Poiché Draghi deve puntare a un’inflazione media quasi del 2%, egli spererebbe che i prezzi in Germania continuino a crescere più che nel resto dell’area e al sud di meno. In questo modo, darebbe una mano alle economie più fragili, consentendo loro di rilanciarsi.

Chiaramente, non basta uno zero virgola di differenza per uno o due anni, bensì una divergenza più strutturale, cosa poco realistica per due ragioni: i tedeschi non accetteranno una destabilizzazione dei loro prezzi; il mandato di Draghi scade tra due anni e mezzo, quando il successore potrebbe essere un tedesco (Jens Weidmann?). Ad ogni modo, calciare il barattolo permette all’italiano di dare un piccolo aiuto alla nostra economia, ma certo non toglie le castagne dal fuoco ai governi di Roma, che saranno chiamati presto a sopperire al venire meno della leva monetaria. (Leggi anche: Debito pubblico, perché dopo Draghi rischia di esplodere)

 

 

 

 

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