Quantitative easing, tedeschi chiedono a Draghi l’uscita dagli acquisti dei bond

Cresce la pressione tedesca su Mario Draghi, perché porti la BCE fuori dal "quantitative easing". Si va verso uno scontro politico cruento nei prossimi mesi.

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Cresce la pressione tedesca su Mario Draghi, perché porti la BCE fuori dal

Cresce la pressione sul governatore della BCE, Mario Draghi, affinché ponga fine al “quantitative easing”, gli stimoli monetari da 80 miliardi al mese fino a marzo e prorogato al ritmo di 60 miliardi dal prossimo aprile fino a dicembre di quest’anno. Stamattina, il consigliere esecutivo dell’istituto, la tedesca Sabine Lautenschlaeger, si è detta fiduciosa sull’uscita dal programma di acquisti “al più presto”, chiedendo di tenersi pronti ad agire quando sarà il tempo.

La Lautenschlaeger ha ammonito sugli effetti collaterali del QE, che aiuterebbero “il paziente a rimettersi in piedi, ma non gli assicurano che potrà fare lunghe passeggiate”. E ha anche evidenziato il legame tra euro-scetticismo crescente e le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza.

Ad uno ad uno, quindi, tutti i principali policy makers tedeschi stanno uscendo allo scoperto, non tanto per rinnovare le arcinote critiche agli stimoli monetari (Lautenschlaeger ha ricordato di non averli sostenuti), bensì per evidenziare la necessità che siano adesso cessati, con l’inflazione praticamente prossima al target della BCE in Germania e in netta risalita nel resto dell’Eurozona. Nei giorni scorsi, erano intervenuti per chiedere l’uscita dal QE anche il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, e il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. Il primo aveva definito il piano degli stimoli “uno strumento contingente, da usare nei casi di deflazione, ma non quando questi rischi si sono dissipati”. (Leggi anche: Quantitative easing, Germania risponde a Draghi: ci crei problemi politici)

Draghi versus Germania

Questo sarà il Leitmotiv dei prossimi mesi: tedeschi contro Draghi. Quest’ultimo resisterà ancora per diverso tempo, prima di cedere ai toni “hawkish”, anche perché il test di questi giorni offre spunti piuttosto preoccupanti sul mercato dei bond. I rendimenti sovrani decennali dei Bund sono più che raddoppiati in un mese a quasi lo 0,50%, quelli italiani sono esplosi, complici le vicissitudini politiche, al 2,20%, ampliando le distanze con il resto dell’Eurozona. E i decennali portoghesi sono saliti di 90 punti base in tre mesi al 4,04%.

Draghi dovrà confidare in una risalita dell’inflazione più lenta di quanto si tema nelle ultime settimane, altrimenti dovrà mettere in conto uno scontro politico potenzialmente duro con la Germania, peraltro sotto le elezioni federali.

L’ultima volta che l’inflazione tedesca è stata intorno ai livelli attuali fu tre anni fa, quando i Bund a 10 anni rendevano, però, tra l’1,3% e l’1,5%, l’1% in più di oggi. (Leggi anche: Rendimenti BTp ai livelli pre-referendum)

 

 

 

I timori di Draghi

Draghi teme che il ritiro del QE possa condurre proprio a uno scenario di questo tipo, del tutto sostenibile per l’economia tedesca, con conti pubblici in attivo e in crescita economica, ma potenzialmente disastroso per paesi come l’Italia, che a parità di spread, dovrebbero registrare rendimenti decennali superiori al 3%, quando con un costo odierno azzerato per il rifinanziamento del debito possiede ancora un disavanzo fiscale non lontano dal limite massimo del 3%, fissato dal Patto di stabilità. (Leggi anche: Risanamento debito pubblico più difficile con la fine dei tassi zero)

 

 

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