Quantitative easing e tassi USA: quel difficile equilibrio tra inflazione e cambio

Cambio euro-dollaro volatile sulla interazione tra mercati e banche centrali. Ecco perché un equilibrio al momento non sembra alla portata.

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Cambio euro-dollaro volatile sulla interazione tra mercati e banche centrali. Ecco perché un equilibrio al momento non sembra alla portata.

Cambio euro-dollaro abbastanza volatile nella settimana che sta per concludersi sui mercati valutari. Il cross, che smuove quotidianamente oltre 5.000 miliardi di dollari di transazioni, è passato da un’apice di 1,2048 alla chiusura di martedì – livello massimo da gennaio 2015 – a un rapporto di 1,1825 di ieri sera.

In un paio di sedute, la moneta unica si è indebolita contro il biglietto verde di quasi il 2%, dopo essersi rafforzata di oltre tale percentuale in appena un giorno, tra lunedì e martedì. Diversi fattori hanno inciso sulla volatilità, tra cui il deprezzamento globale della divisa americana sulle tensioni geo-politiche in Asia, dopo che la Corea del Nord ha lanciato un missile, che ha sorvolato il territorio giapponese. Tuttavia, a fare ripiegare il cambio è stata la convinzione tra gli analisti e i traders, che un euro troppo forte non piaccia alla BCE di Mario Draghi e che gli ultimi sviluppi porterebbero Francoforte a rinviare ad ottobre l’annuncio del “tapering”, il ritiro graduale degli stimoli monetari, noti come “quantitative easing”. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro a 1,20, ecco cosa accadrà al board BCE di settembre)

Nemmeno l’accelerazione dell’inflazione nell’Eurozona all’1,5% in agosto dall’1,3% di luglio ha impressionato. Con un cambio euro-dollaro a 1,20, difficile che Draghi avalli la svolta monetaria al board di settembre, anche perché il +14% segnato quest’anno dovrebbe impattare negativamente sia sulla crescita dei prezzi, allontanandola dal target dell’istituto nel medio termine, sia sullo stesso pil dell’area, tramite una frenata attesa delle esportazioni.

Dall’altra parte dell’Atlantico, sta accadendo l’esatto contrario. Un po’ scontando le incertezze sull’amministrazione Trump, un po’ prevedendo una stretta monetaria a passo lento della Federal Reserve, preoccupata nei mesi scorsi dell’eccessivo rafforzamento del dollaro contro le altre valute (+10,5% da aprile a dicembre 2016), il mercato ha iniziato dall’inizio di quest’anno a scommettere contro la divisa americana, con la conseguenza che questa ha già perso quasi il 9,5%, scendendo ai minimi da oltre due anni e mezzo.

Banche centrali e mercati in cerca di un equilibrio reciprocamente conveniente

Anche l’indebolimento del dollaro dovrebbe condizionare le prossime mosse della Fed, perché un cambio meno forte spingerebbe in alto l’inflazione negli USA, contrariamente a quanto si teme accada nell’Eurozona.

Per questo, considerando le buone condizioni macro dell’economia americana (piena occupazione e crescita in accelerazione al +3% annuo nel secondo trimestre), il governatore Janet Yellen dovrebbe alzare i tassi ancora una terza volta quest’anno, a dicembre o forse anche prima.

Dunque, siamo in una situazione quasi kafkiana: da un lato, le banche centrali hanno per anni condizionato i mercati finanziari, facendoli tendere verso uno stato compatibile con i propri obiettivi di politica monetaria; dall’altro, le attese dei mercati si stanno riflettendo sulle scelte di istituti come Fed e BCE, che sembrano sempre più risentirne l’influsso, pur avendo da sempre smentito simili constatazioni. L’euro si apprezza per l’attesa del “tapering” e Francoforte lo allontana, ambendo a indebolirlo per ancora un po’; il dollaro s’indebolisce per una stretta molto lenta e la Fed potrebbe adesso vedersi costretta a incedere a passo più veloce.

Non siamo di fronte a una vera e propria anomalia, quanto a una interazione reciprocamente influente. L’inflazione nell’Eurozona tende ad accelerare nell’ultimo anno per effetto della migliorata crescita nell’area, ma ciò rafforza lo stesso euro, vuoi per le speculazioni rialziste, vuoi anche perché la stessa crescita economica nell’unione monetaria è trainata dalle esportazioni, che a loro volta implicano domanda di euro sul mercato. Serve un equilibrio tra inflazione e cambio, che soddisfi la BCE, ma che al momento appare lontano dall’essere raggiunto. Se la prima si surriscalda, il secondo segue quasi automaticamente, ma così rallentando la crescita dei prezzi. Si uscirà mai da questo apparente circolo vizioso? La risposta è secca: non con una crescita economica così asfittica! (Leggi anche: Super-euro fa sorridere Draghi, ecco perché a settembre non sarà tapering)

 

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