Quantitative easing e tassi BCE, la Germania si prepara all’attacco di Draghi

Sul "quantitative easing" e i tassi BCE, la Germania è pronta a dare battaglia, in vista delle elezioni federali. In cambio, Berlino potrebbe utilizzare parte degli spazi fiscali di cui dispone.

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Il consigliere esecutivo della BCE, Yves Mersch, nel corso di un discorso pronunciato ieri a Francoforte, ha messo le mani avanti sul dibattito intorno al “quantitative easing”, confermando che sarebbe sul tavolo l’ipotesi di potenziare il programma di acquisto degli assets nell’Eurozona al board di dicembre – si parla di estenderlo di almeno sei mesi, oltre la scadenza fissata a marzo – giudicando difficile ritirare sin da subito gli stimoli monetari, data l’enorme mole sin qui varata, ma allo stesso tempo recapitando un messaggio per il governatore Mario Draghi: gli stimoli non possono durare ancora a lungo, sono stati concepiti per essere temporanei e potrebbero finire per offrire ai governi incentivi sbagliati.

Mersch è considerato un “falco” dentro la BCE, propendendo per una politica monetaria più restrittiva. La dichiarazione di ieri ci lascia immaginare uno scenario, per cui facilmente tra un mese Draghi riuscirà a farsi approvare l’estensione del QE, ma sarebbe l’ultimo atto di natura espansiva, che il governatore si potrà permettere di portare all’attenzione del board, perché dal prossimo anno inizierà tutta un’altra musica. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi dovrà inventarsi qualcosa di serio)

Con tassi USA in rialzo, la BCE diventa più accomodante

L’elezione a presidente USA di Donald Trump sta rinvigorendo le probabilità non solo di un’imminente stretta sui tassi Fed a dicembre, ma anche che la manovra restrittiva dell’istituto divenga più veloce. E tassi americani più alti implicano che la politica monetaria della BCE diventi automaticamente un po’ più accomodante, senza fare nulla; un’altra pressione, affinché Draghi desista dal varare nuovi stimoli, oltre quelli in cantiere per la fine di quest’anno.

La Germania non potrà permettersi di mostrarsi troppo cedevole nei prossimi mesi con Francoforte. I tedeschi sono chiamati a rinnovare il Bundestag tra dieci mesi e il governo della cancelliera Angela Merkel deve offrire loro una prospettiva d’uscita dal cul de sac di aiuti infiniti verso il resto dell’Eurozona, in cui la prima economia dell’area sembra essersi cacciata tra salvataggi di stati in default e tassi negativi per stimolare l’inflazione. (Leggi anche: Accordo segreto Merkel-Draghi sul super-QE?)

 

 

 

La Germania spenderà di più?

L’altro ieri, la Commissione europea ha rivolto un invito al governo tedesco, seppur non citandolo formalmente, perché utilizzi gli spazi fiscali disponibili per migliorare la propria situazione economica e quella del resto dell’Eurozona. La Germania dovrebbe registrare un avanzo fiscale quest’anno di 35 miliardi, per cui potrebbe usare questa somma per aumentare la spesa pubblica e/o per tagliare le tasse, senza intaccare l’obiettivo del pareggio di bilancio. Sarebbe poco per trainare la ripresa dell’unione monetaria, ma almeno rispedirà al mittente le critiche di quanti sostengono che Berlino non faccia nulla per sostenere l’economia dell’Area Euro.

Se la Merkel dovesse voler compiere un simile passo, non potrà anche accettare di subire le decisioni di politica monetaria della BCE. In cambio di un suo sostegno in ambito fiscale, la cancelliera pretenderebbe la fine degli stimoli già prima delle elezioni federali del settembre 2017, in modo da dare un contentino agli elettori tedeschi, esasperati dall’assenza di remunerazione dei loro risparmi e le cui banche e assicurazioni soffrono per i rendimenti azzerati sul mercato. (Leggi anche: Flessibilità contro austerità, alla fine taglieremo le tasse ai tedeschi)

Tapering sarà annunciato in estate?

Seguendo questo ragionamento, Draghi estenderebbe il QE fino al settembre dell’anno prossimo, ma già in estate inizierà a parlare di “tapering”, ovvero del graduale ridimensionamento del programma, che partirebbe dal mese di ottobre e si completerebbe entro la prima metà del 2018.

Nel frattempo, la Merkel spenderà qualche spicciolo in più, che in un anno elettorale non guasta, ma formalmente per dare una mano alla ripresa dell’Eurozona.

Questa strategia reggerà con un’inflazione tendente al target (poco sotto il 2%), magari assecondata da un cambio euro-dollaro più basso e da un possibile rialzo delle quotazioni del petrolio. Ma i rischi incombenti sull’economia dell’area, provenienti per lo più da fattori geo-politici (elezioni in Olanda, Francia e Germania, Brexit, amministrazione Trump), potrebbero allontanarci dall’obiettivo e spingere Draghi, a un certo punto, a tornare sui suoi passi, magari dopo che avranno votato i tedeschi.  (Leggi anche: Quantitative easing, tapering nel 2017?)

 

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