Quantitative easing, stimoli prolungati un mal di testa per Draghi

Attese novità sul quantitative easing all'ultimo board dell'anno della BCE di oggi. Ma Mario Draghi potrebbe imbattersi in qualche problema di attuazione del piano nei prossimi mesi.

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Attese novità sul quantitative easing all'ultimo board dell'anno della BCE di oggi. Ma Mario Draghi potrebbe imbattersi in qualche problema di attuazione del piano nei prossimi mesi.

L’ultima riunione del Consiglio direttivo della BCE di oggi dovrebbe quasi certamente potenziare gli acquisti degli assets nell’Eurozona con il “quantitative easing”, prolungandone la durata di sei mesi, rispetto alla scadenza attualmente prevista del marzo 2017. In origine, il QE avrebbe dovuto cessare nel settembre scorso. Salvo necessità inattese, quelli di oggi dovrebbero essere gli ultimi stimoli monetari di Francoforte in questo lungo ciclo espansivo, iniziato già otto anni fa e interrotto per pochi mesi nel 2011.

Formalmente, non sarà facile per il governatore Mario Draghi convincere i governatori centrali più dubbiosi nel board, che servano altri stimoli. L’inflazione nell’Eurozona è salita allo 0,6% a novembre, una frazione ancora del target di quasi il 2%, ma l’area segnala di essere forse definitivamente uscita dal rischio deflazione. In più, le quotazioni del petrolio sono aumentate tra 50 e 55 dollari con il raggiungimento dell’accordo OPEC per tagliare la produzione, mentre il cambio euro-dollaro è sceso fin quasi a 1,05, ai minimi da 20 mesi, salvo risalire in zona 1,075. (Leggi anche: Quantitative easing, Draghi dovrà inventarsi qualcosa di serio)

La BCE non potrà tirarsi indietro

La politica monetaria più restrittiva, che la Federal Reserve dovrebbe adottare sotto la presidenza Trump, finirà automaticamente per rendere relativamente più accomodante quella della BCE. Inoltre, l’economia dell’Eurozona non sembra avere subito alcun rallentamento con la Brexit, mentre i rendimenti dei Bund sono risaliti nelle ultime settimane, rendendo acquistabili adesso i titoli con scadenze superiori ai 4 anni dai 7-8 anni di qualche mese fa.

Non ci sarebbero più, quindi, ragioni tecniche, come la carenza di Bund eleggibili, o di natura macroeconomica a rendere necessario un ennesimo potenziamento del QE. Eppure, Draghi non potrà tirarsi indietro dal farlo, essendo già stato scontato dal mercato, il quale potrebbe altrimenti reagire con un apprezzamento anche rilevante della moneta unica e un eccessivo aumento dei rendimenti richiesti per bond privati e titoli di stato, finendo per riportare in auge i timori di deflazione. (Leggi anche: Quantitative easing, nuovi stimoli in arrivo)

 

 

La carenza di Bund potrebbe riaffacciarsi

Tuttavia, il solo allungamento della durata del piano di acquisto degli assets non eviterà a Draghi di imbattersi in una carenza di Bund per altra via.

Il problema non sarebbe tanto nei prossimi mesi quello dei rendimenti troppo bassi (la BCE non può acquistare titoli con rendimento inferiore al -0,4%), bensì relativo alla massa di bond tedeschi circolanti.

Nel 2017, la Germania emetterà titoli di stato per complessivi 185 miliardi di euro, mentre ne scadranno per 207 miliardi. Le emissioni nette saranno, quindi, negative per oltre una ventina di miliardi. Che cosa significa? Che Berlino offrirà sul mercato meno bond di quanti ne verranno meno scadendo. L’ammontare di Bund si ridurrà e ciò accrescerà la loro carenza, che già quest’anno si è fatta sentire, visto che la Germania sta per chiudere il suo bilancio pubblico con un avanzo fiscale di 35 miliardi.

Se dovesse registrarsi una nuova corsa verso i beni-rifugio, tra cui i titoli del debito tedesco, magari per effetto dei numerosi appuntamenti elettorali nel corso dell’anno prossimo, il rischio è che la maggiore domanda di Bund, contestualmente a una loro minore offerta, spinga i rendimenti troppo in basso e fino a scadenze di medio termine, rendendo di difficile attuazione il QE. E’ sin dall’attuazione del piano, che si parla di questo rischio, anche se finora non si è mai verificato un reale arresto delle operazioni di acquisto, quanto semmai un mutamento delle condizioni inizialmente previste. E lo stesso potrebbe accadere nei prossimi mesi, magari rimuovendo la “capital key”. (Leggi anche: Tapering nel 2017?)

 

 

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