Quantitative easing a rischio, ecco perché gli stimoli di Draghi potrebbero durare meno delle attese

Gli stimoli di Mario Draghi potrebbero accusare un colpo già nel corso di quest'anno, a causa della risalita dell'inflazione oltre le attese in Germania. Conseguenze abbastanza negative per l'economia italiana.

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Gli stimoli di Mario Draghi potrebbero accusare un colpo già nel corso di quest'anno, a causa della risalita dell'inflazione oltre le attese in Germania. Conseguenze abbastanza negative per l'economia italiana.

Ieri, l’Ufficio di Statistica Federale della Germania ha pubblicato il dato relativo all’inflazione nel mese di dicembre nella prima economia europea, trovando un’accelerazione ben oltre le attese al +1,7% annuale, dal +0,8% di novembre, il ritmo maggiore da quasi 3 anni e mezzo. Rispetto al mese precedente, i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,7%. A trainare la ripresa dell’inflazione tedesca sono stati i beni energetici e quelli alimentari.

A novembre, l’Eurozona aveva registrato una crescita tendenziale media dei prezzi dello 0,6%.  E’ evidente che l’accelerazione così brusca sia legata sia all’indebolimento del cambio euro-dollaro (-7,5% in 3 mesi), sia al rialzo delle quotazioni del petrolio (+30% da metà novembre). Inevitabili, però, le conseguente sul “quantitative easing”, l’apparato di stimoli monetari della BCE a guida Mario Draghi.

L’istituto ha annunciato all’ultimo board del 2016, tenutosi l’8 dicembre scorso, un nuovo prolungamento del QE fino a tutto il 2017, seppure con acquisti di assets in calo da 80 a 60 miliardi al mese da aprile in poi. L’operazione punta a sostenere l’inflazione fino a quando non tenderà stabilmente al target (quasi il 2%). La risalita più veloce del previsto in Germania impatterà sulle future decisioni di Francoforte, quand’anche non sia seguita alla stessa velocità dal resto dell’unione monetaria. (Leggi anche: Quantitative easing prorogato al dicembre 2017, ma a 60 mld al mese)

Verso scontro tra BCE e Germania

E’ evidente, infatti, che la Germania, il cui ritmo di crescita economica viaggia a percentuali superiori della media dell’Eurozona, stia assistendo a un surriscaldamento dei prezzi più drastico, anche per effetto del mercato del lavoro prossimo alla piena occupazione. I disoccupati sono scesi al 6%, il livello più basso dalla riunificazione del 1990.

Ora, se l’inflazione tedesca continuasse a salire, come si giustificherebbero gli stimoli monetari dell’area? E’ già alta la pressione della Bundesbank sulla BCE, affinché il QE venga al più presto ritirato gradualmente (“tapering”) e s’inizi a normalizzare i tassi. Questo, anche prima della pubblicazione del dato di ieri, che certamente sta già facendo scattare dalla sedia non solo il governatore della BuBa, Jens Weidmann, ma anche milioni di famiglie tedesche, timorose che la politica monetaria della BCE sia poco appropriata per la loro economia e finisca per destabilizzare i prezzi interni.

(Leggi anche: Quantitative easing e tassi BCE, la Germania si prepara all’attacco di Draghi)

 

 

 

 

Rischi in vista per l’Italia

Se Draghi fosse costretto a segnalare quanto prima il giungere non lontano di una svolta monetaria, altro che cambio euro-dollaro verso la parità. La moneta unica tornerebbe a rafforzarsi contro le altre valute e i rendimenti dei titoli di stato salirebbero ulteriormente, fiutando l’imminente normalizzazione dei mercati, dopo anni di accomodamento monetario senza precedenti.

I guai verrebbero per economie come l’Italia, che ancora a novembre segnavano un’inflazione negativa, ma che si ritroverebbero ad affrontare condizioni di mercato molto meno favorevoli, dato che la BCE dovrà tenere in considerazione i dati medi sui prezzi. Per prendere tempo, Draghi potrebbe dar corso a un’indiscrezione sortita dallo stesso istituto nei mesi scorsi, ovvero tollerare temporaneamente un’inflazione superiore al target, visto che da quasi quattro anni giace al di sotto di esso. Ciò non farebbe che indurire lo scontro con i tedeschi, perché un’inflazione media nell’area anche poco sopra il 2% implicherebbe una crescita dei prezzi intorno al 3% in Germania, livello a cui né la Bundesbank, né il governo di Berlino sarebbero disposti a raggiungere anche solo per un mese. (Leggi anche: Economia italiana, perché l’inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

 

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