Quantitative easing, quando e perché Draghi dovrà varare nuovi stimoli

Gli stimoli della BCE dovrebbero essere potenziati presto, nonostante la battuta d'arresto di questo mese. Ecco perché Mario Draghi sarà costretto (forse) a intervenire.

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Gli stimoli della BCE dovrebbero essere potenziati presto, nonostante la battuta d'arresto di questo mese. Ecco perché Mario Draghi sarà costretto (forse) a intervenire.

La riunione dello scorso 8 settembre della BCE si è conclusa con un nulla di fatto. In conferenza stampa, il governatore Mario Draghi non ha annunciato alcuna novità in fatto di stimoli monetari, con il “quantitative easing” invariato e senza che il board abbia discusso su come potenziarlo. E’ evidente che Francoforte inizi a puntare sulla responsabilizzazione dei governi dell’Eurozona, al fine di stimolare la crescita nell’area, senza la quale non sarà possibile centrare il target d’inflazione in tempi non eccessivi.

Dietro all’ostentata volontà di non potenziare gli stimoli già in corso d’attuazione, potrebbe nascondersi una sorta di patto o tregua con Berlino. Il governo tedesco, a capo della prima economia europea, deve affrontare le critiche del crescente fronte euro-scettico, contrario all’eccessivo accomodamento monetario della BCE e che sta mietendo successi alle elezioni locali in Germania, proprio in conseguenza della rabbia dei risparmiatori tedeschi contro la politica dei tassi zero praticata da Draghi.

Elezioni USA e tassi Fed

Vista così, sembrerebbe che la politica monetaria di Francoforte non subirà alcun mutamento nei prossimi mesi, almeno non nella direzione più accomodante. Le cose, però, non starebbero esattamente così. E il prossimo appuntamento a cui guardare con attenzione sarebbero il board di dicembre, l’ultimo dell’anno.

Da qui ai prossimi due mesi e mezzo, gli USA e l’Eurozona potrebbero essere scossi al loro interno da mutamenti politici dirompenti. Gli americani voteranno l’8 novembre il successore di Barack Obama e i sondaggi segnalano un testa a testa tra il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton. Nel caso in cui vincesse il primo, lo scossone sarebbe forte, tale da provocare un probabile deprezzamento del dollaro sulle attese di un rinvio della nuova stretta da parte della Federal Reserve, chiamata a spegnere l’incendio delle tensioni attese sui mercati finanziari. (Leggi anche: Trump accusa la Fed sui tassi USA)

 

 

 

Incognita referendum

Allontanandosi il prossimi rialzo dei tassi, sarebbe come se la politica della BCE diventasse relativamente meno accomodante.

Ma Francoforte avrebbe anche il suo bel da fare, perché presumibilmente, nelle settimane successive al voto americano, si terrà in Italia il referendum costituzionale sulle riforme istituzionali del governo Renzi, il quale si è detto pronto a dimettersi nel caso di sconfitta. (Leggi anche: Referendum e crescita, il binomio che fa tremare l’Europa)

Gli analisti monitorano con attenzione l’appuntamento, perché potrebbe segnare una crisi generalizzata dell’Eurozona, travolgendone la sua terza economia. I mercati sarebbero sfiduciati sulla tenuta politica dell’area, visto che la caduta del premier Matteo Renzi a Roma sarebbe avvertita come l’antipasto dell’arrivo al governo degli euro-scettici del Movimento 5 Stelle.

Interventi Draghi contro crisi rendimenti BTp?

I rendimenti dei BTp s’impennerebbero, contagiando il resto della periferia, mentre i titoli bancari, in particolare, sarebbero presi di mira a Piazza Affari, venendo meno la possibilità di attuare un salvataggio di MPS con soli capitali privati. Per spegnere l’incendio, Draghi dovrà indossare ancora una volta i panni del pompiere e annunciare nuovi stimoli, magari nella forma di un aumento degli acquisti mensili o rimuovendo la “capital key”, che lega gli acquisti dei bond alle dimensioni economiche dei paesi membri. Così facendo, potrebbe concentrarsi sui titoli di stato italiani, che in rapporto al nostro pil sono molto più numerosi rispetto alla media euro.

Basteranno queste azioni per fermare la temuta nuova ondata di speculazione sui mercati dell’Eurozona? Difficile saperlo, ma la quasi certezza è che il cambiamento politico nelle due sponde dell’Atlantico dovrà essere temperato da interventi delle rispettive banche centrali. E forse anche per questo Draghi non ha mosso un dito a settembre, riservandosi di sparare le ultime cartucce per quando ve ne sarà realmente bisogno.

 

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